Stavo pensando

Stavo pensando di farlo scappare. Che ne so, qualcosa del tipo: A. spegne il cellulare, il messaggio che stava scrivendo esiliato nella cartella bozze, in compagnia di un’altra dozzina di proposte abortite, inviti senza invio. Una manciata di passeggiate solitarie mentre si domanda che cosa gli impedisca di risentirla, vagonate di sigarette in qualche posto dimenticato da dio e due o tre patetici discorsi sul senso della solitudine o, in ambiziosa alternativa, sul senso della vita. Cazzo, sì, la malinconia è davvero una tentazione irresistibile, anche da raccontare. E poi avrebbe avuto una vagonata di ragioni: per scappare, intendo. A., nella mia testa, c’ha un equilibrio da preservare, una pletora di donne da scopare, un lavoro da sbranare a colpi di ambizione e svariati litri di birra da bere per i cazzi suoi senza che nessuno gli rompa i coglioni.

Ma alla fine ho cambiato idea. A., qualche sera fa, quando è uscito dalla discoteca barcollava, ubriaco di musica e long island. Ha salutato qualche faccia sfuocata ed è salito in macchina. Prima di tornare a casa ha riacceso il cellulare e le ha scritto. Il testo del messaggio non se lo ricorda, e forse è meglio così. Però, io che gliel’ho fatto mandare, so che ha sbagliato un congiuntivo, e poi l’ha invitata a cena. Ah, lei accetterà: non mi sembrava il caso di fargli incontrare una figa di legno.

Qualcuno ha detto che ci vogliono i coglioni per prenderla nel culo. Io credo che per la felicità sia più o meno la stessa cosa.

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