S’i fossi trullo

A. pensa che in un trullo, ora come ora, ci starebbe proprio bene. Un bel piatto di orecchiette e l’illusione di stare in un posto che è meglio di altri. E poi da quelle parti anche la mafia non è poi così cattiva: una mafietta, suvvia. E non è che non vadano in Chiesa tutte le domeniche. Ci vanno eccome, c’hanno i preti pure lì: ma forse anche loro, a furia di nutrirsi di cime di rapa, sono un po’ più sereni. Oddio, magari la passione per i bambini ce l’hanno uguale, e l’omosessualità continua a stargli in culo (metaforicamente parlando, s’intende). Fatto sta che il frocio con l’orecchino che sogna un mondo migliore e governa come dio comanda (intendo quel dio che in chiesa non ci sta più da un pezzo) lo votano, eccome se lo votano. E allora sì, vada per il trullo.

(A., in cuor suo, sa che sta storia dei trulli in fondo è una grandissima minchiata. Più che altro sa che quel frocio che gli piace tanto da quelle parti lo seguono per gli stessi motivi per i quali da altre parti continuano a votare quel tizio basso che scopa le fighe mentre fotte l’Italia: perché siamo pecore – pecoreccio, direbbe un mio amico – in attesa del loro pastore. Perché siamo un Paese fascista, in fondo. Che di fascismo ha sempre vissuto e sempre vivrà. Dateci un Capo, che ci dica che fare: magari a bassa voce, ché il rumore ci disturba)

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