Il buono dei Salotti

A. conosce T. da molti anni, da quando giocavano a pallavolo insieme. Ultimamente si erano persi di vista, ma settimana scorsa si sono reincontrati per caso in un locale. Il tempo di una birra, breve aggiornamento sulle rispettive vite: Dobbiamo assolutamente organizzare una cena una di queste sere, Assolutamente, Potremmo fare già settimana prossima, Sì mi sembra una buona idea, Dimmi tu quando, Di preciso così su due piedi non saprei ecco ora come ora.., Senti che fai domenica a pranzo?, Dormo, Ah, Ma è un programma flessibile cioè non è che dormo sempre, Ah ecco bene: e allora perché non passi a casa mia che c’è il compleanno di mio padre, Non mi sembra il caso non vedo i tuoi da tanti anni e poi immagino vorrete stare in famiglia, Mavvà lo sai che i miei amano avere gente intorno e poi sono sicuro che gli farà piacere, Mmm: ok, Ti ricordi dove abito?, Sì più o meno: zona Brera giusto?, Grande allora ci vediamo domenica, Ottimo.

Pedala veloce tra le strade deserte di Milano, per terra tappeti di foglie gialle e grosse pozzanghere, qualche automobile procede lenta in mezzo alla carreggiata, la luce fredda del sole rischiara il cemento ancora umido, nell’aria l’odore della pioggia appena caduta. Si lascia alle spalle i maestosi palazzi di Corso Venezia, scivola sul pavé di via Palestro, pochi attimi e la strada si apre su una piazza, sulla sinistra un antico dazio romano, le vetrine dei negozi che sfilano rapide poi ancora pavé, un paio di semafori e quindi una chiesa. Svolta a sinistra in una piccola strada chiusa al traffico e s’infila in un dedalo di vie sempre più strette, le ruote rimbalzano sull’acciottolato, sparuti clienti siedono ai tavolini dei pochi bar aperti. Si ferma di fronte a una casa più bassa delle altre, lega la bicicletta a un palo e s’avvicina a un grande portone di legno antico. Citofona.

La sai la strada?, Allora, entri, superi il cortile interno, la prima porta sulla sinistra, secondo piano.

Una giovane cameriera di colore lo accoglie all’ingresso, lo aiuta a togliersi il cappotto e lo accompagna lungo un corridoio, alle pareti un paio di appliques di stoffa color crema e qualche foto di famiglia. Appena prima che il corridoio finisca la cameriera si gira e gli sorride, invitandolo silenziosamente a proseguire da solo. A. sorride a sua volta, la ringrazia sotto voce, e dopo pochi passi si trova sotto un arco. Davanti a sé si apre un’immensa sala: il soffitto alto con travi di legno a vista dipinte di bianco moltiplica la sensazione di spazio che si percepisce al primo sguardo, dalle due finestre che occupano quasi per intero la parete sinistra penetra compatta una massa di luce che si riversa nella stanza, illuminando l’elegante parquet, una grande libreria e una tavola rotonda, sulla quale sono state appoggiate alcune bottiglie di vino, numerosi bicchieri e vassoi pieni di tartine, brioches salate e pietanze d’ogni genere.

Ci sono libri dappertutto: impilati su comodini, sparsi qua e là per terra, ordinati sulla libreria, appoggiati sui davanzali delle finestre. Una rapida occhiata e scorge una biografia di Lenin, un’altra di Togliatti, una copia sgualcita del Manifesto, alcuni volumi sulla storia dell’Unione Sovietica, due o tre saggi sulla rivoluzione cinese. Perso com’è nella contemplazione dei libri, per un momento non s’accorge che qualcuno lo sta chiamando. Un ragazzo sulla trentina, pantaloni di velluto marrone a coste e dolcevita verde scuro, si avvicina e gli batte un paio di volte la mano sulla spalla: Non avrai mica intenzione di passare tutta la giornata a guardare la libreria, vero?

T. abbraccia A.

Cazzo Grande lo sapevo che saresti venuto!, Bé ma te l’avevo detto che sarei passato, Sì ma con te non si sa mai, Senti tuo padre dov’è che almeno lo saluto e gli faccio gli auguri?, Dev’essere qua in giro a fare pabblic relèscion: sai com’è fatto, adora discutere con tutti, e poi quando inizia a parlare di politica non riesce più a fermarsi, comunque vieni che ti presento un po’ di gente, No dai davvero non è necessario, Insisto: dai cazzo non farti sempre pregare e poi son vecchi è vero ma qualcuno simpatico c’è, E se prima mangiassi qualcosa?

T. prende A. sotto braccio, lo trascina in mezzo alla sala e punta deciso un gruppo di persone che sta conversando poco più in là: un uomo sulla cinquantina con la barba e gli occhiali dalla montatura viola e rotonda gesticola animatamente rivolgendosi a due signore che avranno più o meno la sua stessa età e a un altro uomo che invece dimostra qualche anno di meno. Non è chiaro di cosa stiano parlando, ma le argomentazioni dell’uomo barbuto evidentemente convincono la ristretta platea, che infatti annuisce all’unisono condividendo espressioni che vanno dall’indignazione montante al sottile sarcasmo.

Scusate se vi interrompo, ma vorrei presentarvi un mio caro amico che non vedevo da tanti anni, Oh finalmente un po’ di sana gioventù in mezzo a questo crocicchio di cariatidi, [Ridono], Allora approfittiamo della presenza di questo giovanotto per sapere un po’ cosa pensa dell’ennesima schifezza che ci ha propinato questo governo cattofascista, Ehm, Bé avrai sentito dell’ultimo provvedimento che hanno emanato giusto l’altro ieri, no?, In effetti no, [Sconcerto], Hanno cancellato i fondi destinati a finanziare la ricerca sul teatro, ti rendi conto?, La ricerca sul teatro?, [Perplessità], La ricerca sul teatro, certo: da anni alcune università italiane hanno promosso la ricerca sulle avanguardie teatrali post moderne con il fine precipuo di dare nuova linfa alla produzione artistica dei giovani emergenti, Ah, Ma non capisci?: il teatro costituisce un momento di catarsi essenziale per l’individuo, che gli consente di proiettare il suo Essere ben oltre le volgari contingenze di una vita dedicata esclusivamente al barbaro soddisfacimento di attività superflue, come mangiare, riprodursi, lavorare, Eh sì certo, [Sorridono condiscendenti], Sei giovane e ti scusiamo per questo: ma un giorno capirai, ne sono certo, c’è in gioco la nostra libertà, la nostra dignità di Uomini.

Eh già.

Annunci

One thought on “Il buono dei Salotti

  1. Questo racconto rafforza la mia idea – maturata prepotentemente in questi anni – che oggi gli pseudoschieramenti politici non vogliono dire proprio più nulla. Conta solo cosa uno ha dentro al cuore, che emerge più da quello che fa che da quello che dice. Il senso di appartenenza a presunti schieramenti, sconnesso dai comportamenti reali, serve solo a mettersi a posto la coscienza. La politica necessità di idee, etichette e progetti nuovi, basati sui valori e non sulle vecchie bandiere. Vale invece il vecchio insegnamento di mio nonno: chi sa fa, chi non sa parla. L’unico personaggio ragionevole della storia, oltre allo scrivente che coglie e descrive le scene grottesche, è la filippina. Sto con lei che lavora per vivere e per migliorare il proprio futuro.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...