Buon Natale

Si ferma a chiedere indicazioni a un uomo anziano, cappotto lungo e berretto di lana nero calato sulla fronte appena sopra le sopracciglia, sul naso una sottile vena in superficie, gli occhi sgranati su uno sguardo spento. Non parlano la stessa lingua, e spiegare a gesti il luogo che sta cercando non è cosa facile. Eppure, quando ha pronunciato quel nome qualcosa si è mosso, questione di un attimo, il viso gli s’è contratto in una smorfia impercettibile, le labbra sottili all’improvviso immobili e dure. Pronuncia altre parole incomprensibili, raschia una manciata di consonanti e fa cenno di no con la testa mentre s’allontana dalla macchina.

A. alza il finestrino, scrolla il braccio e il velo sottile di neve che si è posata sulla manica della giacca cade sulla portiera, sciogliendosi al contatto con la superficie metallica. Decide di proseguire, prima o poi troverà un’indicazione, inutile cercare altri contatti umani da queste parti. La strada costeggia il letto imponente di un fiume grigio, un battello largo e piatto risale paziente la corrente, l’acqua ha scrostato le pareti dello scafo, le lettere del nome mangiate dalla ruggine. Più avanti un ponte e tutt’intorno una distesa di colline senz’alberi, il manto bianco della neve interrotto da chiazze scure di roccia, qua e là spuntano isole d’erba bruciate dal gelo, la nebbia polverosa sfuma i contorni delle cose, i colori perdono identità mentre il cielo avvolge la terra, consumandola lentamente.

Un centinaio di metri e finalmente appare l’indicazione che cercava, un cartello storto gl’indica di proseguire dritto. Un ultimo lungo tornante e, in fondo, quella che pare una fortezza, due torri e un cancello di ferro battuto, una cornice di filo spinato percorre mura tozze e spesse. Parcheggia la macchina in un piazzale deserto, e s’incammina verso l’ingresso del campo. Una volta dentro, la prima cosa che pensa è che se l’aspettava più grande: un piazzale divide due file di baracche di legno vecchio e umido, sulla destra una costruzione di pietra, sulla quale svetta un camino stretto di mattoncini rossi. Si muove in quella direzione. Il freddo gli paralizza i piedi, batte forte le mani l’una contro l’altra, il rumore sordo occupa per un istante lo spazio.

Scende una manciata di gradini, per entrare deve abbassare la testa. La prima stanza è spoglia, soffitto basso e pavimento crepato, da piccole finestre quadrate entra luce bianca, sulla destra una porta e un corridoio poco illuminato, sul quale s’affacciano altre stanze, pareti di cemento, calcinacci per terra, qualche sedia, un tavolo di metallo senza una gamba, altri gradini, la luce è sempre più debole, l’umido entra nelle ossa, odore di chiuso, il soffitto ora gli sfiora i capelli, sui muri una patina d’acqua, non ci sono più finestre, a distanza di qualche metro l’una dall’altra lampadine a basso voltaggio gli suggeriscono la direzione, in fondo una porta ancora più stretta. Entra.

La stanza è un cubo, le pareti paiono di porcellana, un mosaico di tessere avorio, il pavimento gli ricorda la cucina della sua scuola elementare, tubi di diverse dimensioni corrono paralleli appena sopra la testa e scompaiono uno dopo l’altro affondando nel cemento, dal soffitto pendono inerti una mezza dozzina di soffioni, coni rovesciati perforati alla base da buchi minuscoli. Sembrano docce, ma non v’è traccia dello scorrere dell’acqua. Chiude gli occhi, non sente nulla, i pensieri sono echi lontane, un gradevole senso di pace l’avvolge. Non è mai stato così sereno come quel giorno d’inizio gennaio, solo, nella camera a gas di un campo di sterminio.

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One thought on “Buon Natale

  1. Ciao! Sono capitata per caso su questo blog. Per curiosità ho inizato a leggere uno dopo l’altro i tuoi posts e devo dirti : “chapeau”! Mi ha colpito sia la profondità delle cose raccontate sia lo stile con il quali le hai rese in forma scritta. Complimenti! Giulia

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