Davvero

I palazzi sono sagome scure, disegnano forme geometriche solo un po’ più nere della notte, stasera illuminata dal bianco sfuocato delle nuvole alte che coprono la luna, immobili. Non c’è vento, l’aria umida s’appoggia sui fili dell’energia elettrica che corrono da un palo all’altro, sulle poche macchine parcheggiate in uno spiazzo di cemento ricavato dall’ultimo piano di una casa, poche decine di metri più in là, sui vestiti stesi. Il balcone è un piccolo rettangolo chiuso da una balaustra, anche troppo bassa per la sua vertigine. Una rapida occhiata di sotto, e un brivido gli corre lungo tutto il corpo; fa un passo indietro e torna a guardare davanti a sé. Da dentro arrivano pochi rumori soffusi, una porta che si chiude, passi leggeri sul pavimento, il frigo che si apre. Sta per rientrare quando la mano di Lei gli sfiora la schiena, delicata, percorre il suo fianco, si ferma alla pancia, il corpo stretto a quello di Lui. Stanno così per un po’, in silenzio, e intanto assapora il suo odore, così nuovo eppure già familiare. Per un attimo si sente a casa, come se quel luogo gli fosse appartenuto da sempre.

È felice, ma non avrà tempo di dirglielo.

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