A scuola.

Nella classe siedono immobili una ventina di bambini, sui banchi di legno ci sono quaderni aperti, qualche foglietto pasticciato e penne sparse. La maestra è in piedi accanto alla lavagna, ha i capelli grigi e una lunga gonna color lavanda, e con un gessetto consumato scrive grosse lettere bianche e arrotondate. I bambini sono un po’ intimoriti da quella vecchia signora dall’aspetto severo, non si sente alcun rumore, se non lo stridio del gesso che si muove lento sulla tavola nera appesa alla parete, appena sotto un crocefisso consumato dal tempo, e il ticchettare della pioggia contro le finestre. Dal soffitto pendono due file parallele di lunghi neon, che avvolgono di una luce giallognola le pareti scrostate della grande stanza quadrata. Fuori, una leggera nebbia nasconde i rami spogli dei pochi alberi piantati tra il cemento del cortile interno della scuola.

All’improvviso, il suono della campanella spazza via tutto: la voce della maestra viene sovrastata dal rumore assordante delle sedie che quasi all’unisono strisciano sul pavimento, le zip degli astucci che si chiudono, un paio di penne cadono per terra, le spallacce degli zaini contro le gambe d’alluminio dei banchi, risate, urla e inviti per la partita di calcio del pomeriggio, Ci vediamo ai giardini alle tre, Oggi non posso, mia mamma mi porta dal dottore, Che compiti ci sono da fare per domani?, le giacche recuperate dai ganci di plastica nera appesi uno accanto all’altra alla parete, e via di corsa verso l’uscita, e il corridoio, dove si riversano decine di gambe, cartelle, cappotti, ombrelli, si trasforma in un grande fiume in piena che sfocia gioioso nell’imponente foce del portone d’ingresso, spalancato su una folla di genitori, nonni e baby sitter in attesa già da qualche minuto.

Quando torna il silenzio lui è ancora lì, seduto al suo banco. Si alza dalla sedia, lascia lo zaino aperto, ed esce dalla classe. Il corridoio ora è immobile, le porte delle altre classi sono aperte, ma dentro non c’è più nessuno. Se non avesse i pensieri di un bambino di otto anni, forse si chiederebbe se il vuoto davvero non ha consistenza. Ma per fortuna ha otto anni, e comincia a camminare. In fondo al corridoio si apre un grande atrio, quattro colonne squadrate al centro, e a sinistra l’inizio di una scalinata con lunghi gradini di marmo e un corrimano di ferro battuto. Un passo alla volta sale i primi gradini, i piccoli sandali blu che indossa ai piedi quasi scompaiono nel bianco lattiginoso di quelle enormi piattaforme appoggiate una sopra l’altra, con le dita sfiora la superficie fredda del corrimano. Un tuono, lontano, e il rumore plasticoso dei passi, più vicino.

Anche il primo piano è deserto, le porte di legno delle classi sulla destra e un filare di finestre dirimpetto, una bacheca rettangolare chiusa da una teca di vetro e fogli ingialliti attaccati con le puntine al pannello di sughero. Cammina più velocemente, ora. All’estremità del corridoio una porta dai vetri smerigliati è rimasta socchiusa. Appoggia la mano e spinge, la porta si apre e lui entra, prima la testa, quindi i piedi, gli occhi socchiusi a cogliere le forme di questa stanza bassa e poco illuminata. Quando s’abitua all’oscurità, si rende conto di trovarsi in una palestra: alle pareti sono appoggiati dei materassi blu e un quadro svedese, una rete da pallavolo sbrindellata divide a metà lo spazio, una scrivania vuota e una sedia sfondata occupano un angolo buio, pochi metri più in là. Per terra, un pallone. Lo colpisce una prima volta, contro il muro. Lo colpisce una seconda volta, più forte, poi ancora una terza e una quarta, i rimbalzi scoppiano assordanti come colpi di fucile, la pioggia aumenta d’intensità, i tuoni sempre più vicini e profondi, e lui calcia, e calcia, e calcia. E calcia.

Sono passati più di vent’anni da quel giorno. Quella mattina, ricorda, sua mamma gli aveva dato per la prima volta le chiavi di casa. Non sarebbe venuta a prenderlo a scuola, doveva tornare a casa da solo. Per tutta la giornata aveva pensato a come sarebbe stato percorrere da solo la strada che di solito faceva accanto a sua madre, lo zaino pieno di libri e quaderni sulle spalle. Non avrebbe dovuto parlare con nessuno, fare attenzione ai semafori, ricordarsi di togliere l’allarme. Era elettrizzato, un’emozione che cresceva sempre più forte, man mano che l’ora della campanella s’avvicinava. Sua mamma si fidava lui, e lui non voleva deluderla. Ma quando la campanella era suonata, aveva avuto paura. Qualcosa gli aveva stretto forte la pancia. Qualcosa cui non riusciva a dare un nome. Ma a quell’età i nomi hanno poca importanza.

Un’ora più tardi sarebbe tornato a casa. Sua madre, preoccupata per il ritardo, si sarebbe arrabbiata e gli avrebbe tolto le chiavi. Suo padre, a cena, gli avrebbe tirato un ceffone. A letto avrebbe pianto.

Oggi ha un lavoro, una compagna che lo ama, amici con cui passare le serate, un televisore al plasma, diversi prodotti della Apple, un’auto usata, ma sua, diverse birre nel frigorifero, e una gatta che gli mangia i vestiti. Quella paura, che gli aveva stretto la pancia un giorno di più di vent’anni fa, non è mai più tornata. Ma quando s’addormenta, per sentire ancora un po’ di felicità, non trova pensieri vicini, e all’improvviso si ritrova di nuovo chiuso in quella stanza, a calciare una palla contro un muro scalcinato.

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