Un finale alternativo.

(C’è un finale alternativo. Qualcosa che, forse, non andrebbe scritto. O che qualcuno si rifiuterebbe di leggere. E di capire.)

Appoggia la mano e spinge, la porta si apre e lui entra, prima la testa, quindi i piedi, gli occhi socchiusi a cogliere le forme di questa stanza bassa e poco illuminata. Quando s’abitua all’oscurità, si rende conto di trovarsi in una palestra: alle pareti sono appoggiati dei materassi blu e un quadro svedese, una rete da pallavolo sbrindellata divide a metà lo spazio, una scrivania vuota e una sedia sfondata occupano un angolo buio, pochi metri più in là. Per terra, un pallone.

Lo guarda, e cammina oltre, verso un’altra porta, più piccola. Un lucchetto aperto appoggiato alla maniglia. Si ferma sulla soglia. Per un attimo sembra che voglia tornare indietro. Ciao, una voce timida lo saluta. Sorride, ed entra. Avevo paura che non saresti venuto, Mia mamma mi ha dato le chiavi di casa, oggi torno da solo, Tua mamma si fida di te, Sì, ma non sempre, Sono contento di vederti. Si ferma in mezzo alla stanza, tutt’intorno palloni da basket sgonfi, tappetini di plastica sfilacciata, una sedia senza una gamba. La luce plumbea che entra dalla porta sfuma man mano che s’avvicina alla parete più lontana, quella da cui proviene la voce che l’ha salutato. A un certo punto sbatte con i piccoli sandali contro la superficie morbida di un materasso. Nel silenzio, il rumore attutito di un corpo che si muove verso di lui, e una mano che gli sfiora le dita, le stringe con delicatezza, e poi risale, percorre la linea delle braccia, fino al collo, e affonda nei capelli, arruffandoli dolcemente.

Sei stato bravo, stamattina, Mi ha aiutato papà, a fare i compiti, Sì, ma avevi capito bene gli esercizi, Non erano difficili, Molti tuoi compagni non sono riusciti a finirli, I miei compagni sono stupidi, Dovresti essere più gentile con loro, Mi stanno antipatici, E io? Ti sto antipatico anche io? No, lei no, E perché?, Perché lei è gentile.

Le dita grandi dell’uomo fanno fatica a slacciare i bottoncini del grembiule nero, di cotone leggero, le iniziali ricamate su una piccola tasca, appena sopra il cuore, che ora batte forte. Con l’altra mano si slaccia la cintura, tira la fibbia finché il dardiglione non si libera, e i pantaloni cadono, fino alle caviglie. Gli accarezza la testa, le sue mani riescono ad avvolgerla tutta, lo spinge verso di sé, ossa fragili che non oppongono resistenza, fino a schiacciarsi contro di lui.

La sua testa affonda nella pancia dell’uomo, un misto di sudore e profumo nelle narici e sulle labbra, un odore che ormai conosce bene. Il ruvido dei peli attorno all’ombelico gli pizzica le guance, mani grandi tra i suoi capelli, e quel corpo che ora si muove, brevi scosse, e da lassù quegli strani singhiozzi, silenziosi. E, ancora una volta, si chiede se anche gli altri adulti piangono, quando fanno queste cose.

 

(Gli orchi esistono solo nelle favole)

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