Volevo dirti una cosa.

Si sveglia senza un motivo. Non ha sete, non gli scappa da pisciare, non ha voglia di una sigaretta, la gatta non sta cercando di mangiargli la copertina del libro appoggiato sul comodino, non ha neanche il principio di un’erezione. Semplicemente, si sveglia. Rimane immobile, con la guancia schiacciata contro il cuscino e gli occhi spalancati, solo le dita dei piedi si muovono, una dopo l’altra, quasi stessero inscenando un’ola. È sveglio, non c’è dubbio. E a questo punto meglio alzarsi, fare qualcosa. Scende dal letto, sgranchisce per qualche secondo le gambe e si dirige verso il bagno; accende la luce, alza l’asse del cesso, e aspetta di sentire lo scroscio della pipì. Silenzio. Poi si ricorda che non deve pisciare, riabbassa l’asse, spegne la luce e torna in corridoio. Sta per entrare in cucina, e all’improvviso si rende conto che, in effetti, c’era una cosa che doveva fare. Dev’essere per questo che si è svegliato. Entra nel ripostiglio accanto alla porta d’ingresso e da uno scaffale tira giù uno zaino da campeggio, quindi torna in camera e apre l’armadio. Facendo attenzione a non fare rumore, svuota uno a uno tutti i cassetti: prende mutande, calze, camicie, pantaloni, magliette, golf, e li piega ordinatamente nello zaino. Dà un’occhiata alla libreria, ma non può certo portarsi via ora, nel cuore della notte, tutti quei libri. Ne prende uno solo, gli altri tornerà a recuperarli in un altro momento. S’infila un paio di bermuda, una polo bianca e delle scarpe da tennis blu. È pronto. Solo allora guarda il letto, e quella sagoma appena accennata sotto le lenzuola. Sta dormendo profondamente, come al solito. Chissà che sogna. Ma forse lo sa.

All’incirca una settimana prima, mentre lei era sotto la doccia, aveva visto il suo cellulare sulla tavola della cucina. Non gli era mai capitato di controllarle il telefono, aveva sempre odiato quel genere di attenzioni morbose. Tanto qualcosa per cui incazzarsi lo trovi sempre, si diceva. Quel giorno, però, senza alcun motivo, se l’era ritrovato tra le mani, aveva aperto la cartella dei messaggi, e aveva scoperto di J. Quando lei era uscita dal bagno, bellissima nel suo accappatoio a nido d’ape e i capelli bagnati che le cadevano sulle spalle, le aveva sorriso.

In piedi davanti al letto, rimane a osservarla per l’ultima volta. Poi si gira, ed esce.

La mattina, quando lei si sveglierà, troverà i cassetti dell’armadio ancora aperti. E sulla scrivania un biglietto. “Ciao amore mio. E vaffanculo.”

 

(c’è dell’eleganza, in certi vaffanculo)

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