Un esame, uno Stato

I signori candidati sono invitati a prendere posto presso i rispettivi banchi, tra cinque minuti procederemo a dare lettura delle tracce

Quando gli altoparlanti sparsi per la sala diffondono l’annuncio del Presidente di Commissione il brusio di voci cessa all’improvviso e il gregge si sparpaglia rapido, centinaia di scarpe, stivali e tacchi che sgambettano verso isole di minuscole assi di compensato allineate una accanto all’altra a formare un orizzonte di legno sbiadito che s’allunga per decine di metri. Il rumore dei passi viene in parte assorbito dal pavimento grigio sul quale si riflette la luce bianca proiettata dai neon appesi al soffitto, tic toc che per il resto si perdono nello spazio sconfinato di una sala grande come due campi di calcio, alle cui estremità s’intuiscono porte finestre che affacciano su un mondo esterno che non è mai stato così lontano.

Provo ad allungare le gambe, ma i piedi sbattono contro i due trolley che ho legato al banco, la cui superficie abitabile è drasticamente ridotta da sei codici impilati uno sopra l’altro, dal più grande al più piccolo, quattro penne nere, una coppia di tappi per le orecchie giallo canarino, una busta verde, tre fogli protocollo, un sacchetto stracolmo di pocket coffee e un cartellino bianco che riporta nome cognome data di nascita e un numero che al momento contribuisce a definire la mia identità, e che finirà per sostituirla del tutto, garantendomi l’anonimato, quando verranno corretti i miei compiti. A Roma. Gli altri due anni furono Napoli e Bari: quanto meno stiamo risalendo lo stivale.

Mentre l’eco degli ultimi passi va spegnendosi, mi passa davanti un ragazzo zoppo, che saltella sulla gamba destra e si trascina la sinistra. Per un attimo ho l’impressione che stia tentando di colpire un pallone di testa. Pochi secondi dopo, ecco sfrecciare nella stessa direzione una ragazza in carrozzella, tallonata da una signora di mezza età senza un braccio. Stanno raggiungendo il settore disabili, una zona allestita appena dopo l’ingresso, che si distingue dalle altre perché c’è un po’ più di spazio tra i banchi e perché la gente, quando ci passa accanto, finisce spesso per toccarsi i coglioni.

Diamo lettura della traccia relativa all’atto giudiziario in materia di diritto civile

So già che farò l’atto di penale, quindi posso evitare di copiare questa traccia. Scarto un pocket coffee e mi guardo attorno. Molte facce le conosco, erano qui anche lo scorso dicembre. E pure quello prima. Dietro di me una ragazza comincia a piangere, non regge la tensione. Piangeva anche l’anno passato, mentre mi tirava la camicia chiedendomi di farle copiare non mi ricordo quale parere. Quando sono tornato a casa avevo tracce di rimmel sul collo. Il mio vicino di banco scrive veloce e nel frattempo biascica un paio di bestemmie: è al suo quarto tentativo, lavora in uno studio che si occupa di fallimenti, due anni fa aveva passato lo scritto ma l’hanno segato all’orale, gioca a calcetto tutti i mercoledì sera. Quando ci siamo conosciuti era fidanzato con una giornalista di Vanity Fair, due mesi fa si è sposato e tra pochi giorni diventerà padre. Si accorge che lo sto guardando, solleva per un attimo gli occhi dal foglio, mi sorride e mi sussurra un porcamadonna.

Tizia e Sempronio citano in giudizio l’impresa Gamma, esponendo di aver acquistato con preliminare e successivo contratto definitivo un appartamento destinato a civile abitazione e di aver versato alla parte venditrice la somma di euro 140.000 mentre il prezzo indicato nei suddetti atti era di 95.000

Accanto a me siede una bionda molto carina. Oggi ha le tette più grosse, soprattutto la destra, e sotto la stoffa del maglione s’intuiscono dei capezzoli dalla forma rettangolare. Chissà che sensazione si prova a leccare un bigino di civile, mi chiedo, e intanto un disgustoso sapore di caffè misto cioccolato m’invade la bocca, facendomi provare un’improvvisa voglia di vomitare. Un commissario passa davanti al mio banco, osservando con sguardo serio che tutto proceda regolarmente. Ogni tanto scuote la testa, come se assistesse a uno spettacolo deplorevole. Indossa un abito grigio di mezza taglia troppo grande, una camicia azzurra e una cravatta color pervinca. Per un attimo m’immagino di squartare il suo corpo con una sega elettrica e di disporne i pezzi con ordine sui vani di una libreria Billy dell’Ikea. Mi sento subito meglio.

L’impresa edile Gamma sostiene, per contro, l’esistenza di un precedente preliminare di compravendita che recava il prezzo effettivo di euro 140.000 e che i contratti successivi erano stati simulati indicandosi il minor prezzo di euro 95.000 e ritiene inoltre di poter fornire prova testimoniale di tale simulazione

Disegno un’ascia su uno dei fogli protocollo che ho davanti, e penso che nella vita avrei dovuto fare il tassista. I soldi per la licenza non so bene dove avrei potuto trovarli, ma almeno ora non sarei seduto qui, in mezzo a tutte queste facce brutte e mal curate. Girerei per la città ascoltando la radio e scambiando quattro chiacchiere con i clienti, avrei una moglie e due figli, un appartamento appena fuori la cerchia dei Navigli e un arbre magique al sapore di mango. Il sabato sera andrei al cinema con gli amici, qualche volta andrei a ballare, la domenica mattina farei l’amore, tornerei a letto e mi risveglierei appena prima dell’inizio delle partite. Il computer lo userei solo per aggiornare il mio status di facebook. E soprattutto non avrei idea di chi cazzo sono Tizio, Caio e Sempronio.

Il candidato, assunte le vesti di avvocato dell’impresa edile Gamma, rediga l’atto giudiziario più opportuno, illustrando gli istituti e le problematiche sottese alla fattispecie

Gli altoparlanti tacciono, e per un breve istante il tempo si ferma. Le quasi tre mila penne che sino a poco prima si muovevano senza sosta rimangono sospese nell’aria, i lineamenti dei volti congelati, gli occhi vitrei persi nel vuoto. Silenzio, e un pensiero comune: oh, cazzo. Poi tutto riprende vita, le mani s’allungano verso i codici, il rumore delle pagine sfogliate, voci che si scambiano rapide le prime impressioni sulla traccia. Il ragazzo sposato che aspetta un figlio s’infila guardingo una mano nelle mutande e ne estrae qualche foglietto stropicciato, e un paio di peli. Mi fa l’occhiolino, schiocca le labbra e mi punta l’indice della mano destra verso la faccia: quest’anno gliela mettiamo nel culo, a ‘sti bastardi.

(Esistono svariati motivi per disprezzare l’umanità. In fondo basterebbe dare un’occhiata a una Nissan Juke o a un testo a caso delle canzoni di Jovanotti per rendersi conto che buona parte degli esseri umani conduce un’esistenza inutile. A conti fatti, quindi, quest’esame non ha aggiunto nulla a ciò che già avrei potuto comprendere molto tempo prima, se solo mi fossi deciso a osservare più attentamente la realtà che mi circonda.  Ma io sono pigro, e il disprezzo è un sentimento sfiancante.)

Una mano mi batte due volte sulla spalla. Mi giro. Scusami, mi chiede un ragazzo stempiato e dal fisico palestrato, giudiziario si scrive con una zeta sola, giusto?

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6 thoughts on “Un esame, uno Stato

  1. Anche io ho fatto l’esame di stato, quest’anno.
    E però, più dei bigliettini sono rimasta stupita (meglio: disgustata) dal fatto che dopo le due ore la gente si alzasse tranquillamente e andasse a parlare più o meno con gli pareva.
    Per non parlare delle code ai bagni…

  2. ho fatto due volte l’esame il secolo scorso, a Assago, un freddo boia, dalla parte sbagliata della cattedra

    Ho fatto due volte l’esame questo secolo, in Fiera, un freddo boia, dalla parte giusta della cattedra

    Che spreco di energia

    Per una qualche cabalistica ragione i migliori non lo passano al primo colpo

  3. Anche io ho fatto l’esame di stato, quest’anno.
    E però, più dei bigliettini sono rimasta stupita (meglio: disgustata) dal fatto che dopo le due ore la gente si alzasse tranquillamente e andasse a parlare più o meno con gli pareva.
    Per non parlare delle code ai bagni…

    +1

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