Avv. Bell

“Alexander Bell?”
“Eccomi”

Ci siamo. Hanno appena fatto il mio nome, o almeno così mi sembra d’aver sentito. Ho i sensi leggermente appannati, vedo volti sfuocati che mi fissano e il brusio di parole spezzate a metà. Entro. L’aula è foderata di marmo: di marmo il pavimento, le pareti, il soffitto. Il tic toc delle suole legnose rimbomba ovattato mentre percorro un corridoio stretto tra fila parallele di panche piene di gente, quaderni aperti sulle ginocchia e borse infilate tra i piedi; in fondo, su un piano leggermente rialzato, un altare e cinque scranni a semicerchio, e, in mezzo, una sedia. Di plastica. Mi siedo.

Mi prudono i polpacci. Devo grattarmi le gambe: nella fretta ho infilato l’ultimo paio di calze pulite che mi rimanevano. Ovviamente di lana. Dove cazzo avrò messo le calze di cotone?, penso; e intanto qualcuno parla. Il Presidente, seduto sullo scranno più alto, mi sta dicendo qualcosa. Una parte di me deve aver seguito le sue parole, perché inizio a parlare. Le calze di cotone della Gallo, quelle colorate: sono convinto di averle messe in lavatrice un paio di settimane fa, poi sono scomparse. Mi prudono le basette. Sono lunghissime: sembro uno dei Beatles (poco prima di entrare ho letto sul telefono un post in cui si parla della vera storia della fine dei Beatles: beghe familiari, pare; e c’entra pure un cazzetto; devo concentrarmi).

Devo concentrarmi. Parlo, sento la mia voce che dice delle cose, una signora bionda annuisce con veemenza, mi convinco che sto dicendo le cose giuste. Mi asciugo il sudore che cola sulla fronte, sposto i capelli, mi tocco le sopracciglia. E mi alzo. Mi sono alzato senza rendermene conto, mi sono avvicinato all’altare, e mi sono girato. C’è un tizio, seduto su una piccola sedia di plastica che si asciuga il sudore che cola sulla fronte, si sposta i capelli e si tocca le sopracciglia. È molto elegante. Sta parlando. Dice delle cose giuste, credo: una signora bionda annuisce con veemenza. Dietro di lui, gente che prende appunti. Gli hanno chiesto la recidiva: una domanda facile; l’ho studiata per bene qualche giorno fa. Se ho un po’ di culo la chiedono pure a me.

Torno a sedermi. Riprendo a parlare. Mi hanno chiesto la recidiva. Che culo. Penso che sto andando bene e mi rilasso. Il rumore del cuore che batte scandisce ogni singola parola. Ne seguo il ritmo. Passiamo a procedura penale, dice il Presidente. La signora bionda, seduta accanto a lui, mi chiede qualcosa. La so, cazzo: so anche questa. Mi ricordo perfettamente il giorno in cui ho ripassato quest’argomento. Sarà stato all’incirca una decina di giorni fa. La so, penso, e nuovamente mi alzo. Lascio che il tizio biondo continui a parlare, stretto nella morsa della tensione, la mente che vaga alla ricerca dell’immagine giusta, tra mille fogli di appunti, pagine di codici, numeri, capoversi, fitte di sottolineature. La risposta è là, da qualche parte. Esco dall’aula mentre cerca, veloce, di ricostruire i contorni di quell’immagine.

Ora sono a casa. Metà agosto, credo. Mi sono svegliato da poco. M’infilo i pantaloni della tuta e una maglietta macchiata. Metto su il caffè ed esco sul balcone a fumare. Il cielo è terso. Sono le sette e un quarto. Ho dodici minuti per fare la doccia. Altri dodici per fare colazione. Ventiquattro minuti di libertà: un tempo infinito, che voglio godermi fino in fondo. Solo, mi scappa da cagare. La cosa, onestamente, m’infastidisce. Cagare, di per sé, non è un’attività spiacevole. Ma non quando ho solo ventiquattro minuti a mia disposizione. Ventitré. L’odore del caffè invade la stanza. Spengo la sigaretta. Nella bocca il sapore del tabacco. Mi fa schifo; ma non posso farne a meno. Ventidue. La lancetta più lunga dell’orologio appeso alla parete si è appena spostata. Non sta mai ferma. Vorrei costringerla a bloccarsi; se potessi, la scongiurerei di prendersi una pausa di qualche ora. Se riuscissi a convincerla, accenderei la tivù e un’altra sigaretta. Ventuno. Vado a cagare.

Mi siedo sulla tazza del cesso e sono di nuovo in quell’aula. Il tizio biondo (più che biondo, rossiccio), ora, non parla. Aspetta qualcosa. Probabilmente aspetta me. Ci guardiamo. Riprendiamo a parlare. La signora bionda continua ad annuire: comincio a pensare che i suoi movimenti abbiano poco a che fare con il contenuto delle mie risposte. Probabilmente il fisioterapista le ha consigliato di sciogliere il collo per una mezzora al giorno, e lei approfitta della situazione per tenersi in allenamento. Il Presidente sorride. Sto andando bene. Forse ce la posso fare. Mancano poche domande. Non devo dire cazzate. Non devo stare zitto. Non devo scappare da lì. Devo smetterla di pensare a cosa non devo fare.

E, alla fine, l’ultima domanda. Risponderò male. Scena muta. Ma l’esame era già finito qualche minuto prima. Avevano già deciso. Un quarto d’ora dopo mi diranno che, sì, sono diventato avvocato. Sul momento non capirò. Poi la gioia, felicità più pura della bamba colombiana, l’abbraccio con la mia mamma nell’atrio immenso che si svuota. I complimenti di volti sconosciuti. Telefonate e messaggi. È il giorno che aspettavo da tempo. Sono felice. Sarò felice.

Prima che tutto finisca, però, lascio ancora una volta l’aula. Abbandono il tizio biondo-rossiccio mentre tenta di bofonchiare qualcosa al Presidente sull’articolo 51 del Codice deontologico. E torno indietro di tre anni. A una mattina di metà dicembre. Ho appena finito di farmi la barba e mi sto infilando i jeans. Devo fare in fretta: ho appuntamento tra pochi minuti con Mario sotto casa. Dobbiamo andare in fiera. C’è il parere di civile, oggi. Mi guardo allo specchio e sorrido. Sono convinto che andrà tutto bene. Sono preparato. Su quest’esame ho sentito mille leggende. Ma sono tutte cazzate, penso. Non mi hanno mai segato a un esame. Mi sono laureato con centodieci e lode. Sono un figo, insomma. E gliela metterò nel culo.

E invece, alla fine, me l’hanno messa nel culo loro. Loro chi, non saprei dire con esattezza. Quello che so, quello che mi porterò impresso per sempre, nel culo e anche da altre parti, è il tempo che mi hanno rubato. Quella parte di vita che mi hanno strappato via.

Arrivato al termine di questo lungo percorso, seduto su una sedia di plastica in un’aula foderata di marmo, ripenso a quella mattina gelida di metà dicembre e, per la prima volta, mi rendo conto di quello che davvero è successo in questi tre anni: sono diventato una persona peggiore.

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2 thoughts on “Avv. Bell

  1. capisco, credo.
    8 minuti esatti di esame orale (di interrogazione, intendo) “perchè dallo scritto eccellente si intuisce la preparazione ” e 18 mesi per assere ammessi avanti all’altare (l’anno precedente avevano intuito sui compiti scritti la presenza di “segnali volti ad un possibile riconoscimento “.. boh).
    E troppe notti le ho sprecate sognando di dover affrontare una visita chirurgica pre operatoria. Una di quelle visite in cui il chirurgo ti piazza un dito nel culo insomma (almeno l’interpretazione del simbolismo era facile!).
    Bene comunque, è fatta. Congratulazioni.
    Sono certa che, anche tu, hai ulteriori margini di peggioramento.

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