Un tranquillo pomeriggio d’agosto.

Mi siedo su uno sgabello di legno e appoggio i gomiti su un tavolo basso e rettangolare, coperto da una tovaglia di plastica puntellata da girasoli che mi s’appiccica subito alla pelle. Respiro lentamente. Ho la bocca impastata dal caldo afoso di questo pomeriggio d’agosto. Un ventilatore in bilico su un tavolino di cristallo dai bordi dorati ruota stanco la testa di centottantagradi, refoli d’aria pesante si spostano molli per la stanza. Vicino alla finestra, un frigorifero spento, la spina abbandonata su un pavimento di piastrelle irregolari e la porta socchiusa; dentro, una bottiglia di Ferrarelle. Vuota.

È la prima volta che mi trovo in questa stanza. Fino a poche ore prima ne ignoravo completamente l’esistenza. D’altra parte, fino a poche ore prima non avevo neanche mai ucciso un uomo. Strana sensazione. Mi sento normale. Guardo la spranga di ferro che ho appoggiato vicino alla lavastoviglie, pochi minuti fa: da qui vedo solo qualche incrostazione, e non riesco a capire se si tratti di ruggine o di schizzi di sangue raggrumati. Dev’essere sangue. Quando gli ho sfondato il cranio, m’aspettavo che ne sarebbe uscito di più, di sangue. Ma con una laurea in legge non puoi certo aspettarti di sapere con anticipo le reazioni che provocherà una sprangata in testa.

Soprattutto se si tratta della testa di Nicola Savino.

Ebbene sì: ho ucciso Nicola Savino. Naturalmente non si è trattato di un omicidio premeditato. Semplicemente, è successo. Come se fosse la cosa più normale del mondo.

Camminavo per le strade vuote di Milano, poco dopo pranzo. Mi ero appena mangiato una piadina cottomozzarella nell’unico bar aperto che avevo trovato vicino casa. Una piadina immangiabile. Avrei voluto berci sopra una birra, ma, aspettandomi un pomeriggio di studio, avevo dovuto ripiegare su una Red Bull. A temperatura ambiente. Sto per chiudere e da un paio d’ore ho spento i frigoriferi, mi aveva spiegato il barista, un po’ per scusarsi, un po’ per prendermi per il culo.

Insomma, un vero pranzo di merda. La cosa, come potrete immaginare, mi aveva piuttosto innervosito. Fatto sta che, subito dopo aver pagato, faccio per tornarmene verso casa. Ed è proprio in quel momento che m’imbatto in Nicola Savino. Lo riconosco subito. Sta parlando al telefono. Ed è davvero molto basso. Per qualche strana ragione, comincio a seguirlo. Sul momento non riesco a capire il motivo del mio comportamento. Mi accendo una sigaretta e continuo a camminare. A passo molto lento. Lui, invece, cammina veloce. Il che non rappresenta un grosso ostacolo al mio inseguimento, considerato che il suo pizzetto mi arriva grossomodo all’attaccatura dei peli del pisello.

Andiamo avanti così per una decina di minuti. Lui avanti, io qualche metro dietro. A un certo punto passiamo accanto all’ennesimo cantiere a cielo aperto di cui puntualmente si costella Milano ogni santo, fottuto, mese d’agosto, ed è lì che raccolgo la spranga di ferro. È una decisione improvvisa, ma in qualche modo ragionata. È da qualche minuto, infatti, che nella mia testa sta prendendo forma un pensiero, un’idea, una sensazione: a me, Nicola Savino, sta profondamente sui coglioni. Non lo sopporto. È più forte di me. Un tempo non era così, forse. Ma da quando ha iniziato a comparire in ogni fottutissimo secondo della mia pausa pranzo, vestito come un pirla, con quegli occhiali da pirla, e la sua voce da pirla, che mi racconta quant’è figa l’offerta di non mi ricordo neanche quale compagnia telefonica, io lo odio. Lo odio. Lo odio di un odio puro e cristallino. Proprio come odiavo quella faccia da cazzo che qualche anno fa negava a un mammifero affamato una manciata delle sue caramelle e, non contento, lo prendeva pure per il culo esclamandogli sul muso “Delfino curioso!”. Oppure, come quell’altro coglione che scriveva solo di notte, lui, intellettuale di ‘sta minchia, che gli veniva da scrivere le sue stronzate solo a quell’ora, e poi prendeva la tazzina del caffè, un sorso sornione e… “Buono”. Buono: il caffè Hag non solo fa cagare, ma è puro privo di caffeina. Quindi non serve a un beneamato cazzo. Soprattutto se vuoi scrivere di notte. Coglione.

Fatto sta che, in preda a questo vortice di immagini pubblicitarie che mi s’affastellano nella mente, tra una Federica Pellegrini che s’atteggia a grandissima figa mentre mangia un Pavesino e s’infila un vestito con l’eleganza di un cinghiale zoppo e un Ennio Doris rubicondo che traccia tutt’intorno a sé un cerchio del diametro dei miei coglioni appena frantumatisi al suolo, ecco che imbraccio la mia bella spranga di ferro arrugginito. E continuo a seguire Nicola Savino, che nel frattempo è entrato in un portone. Chissà come non s’accorge che io sono lì, dietro di lui, armato e pericoloso. Starà pensando a Mara Maionchi, immagino. E sale le scale. E io non lo mollo. E intanto altri chilometri di pellicola di pubblicità di merda mi passano davanti agli occhi, e io stringo sempre più forte la mia mano attorno alla spranga, così dura. Così letale. E quando Nicola Savino si ferma davanti a una porta blindata, tira fuori le chiavi e la apre, capisco che è arrivato il momento. Unisco la mano sinistra alla mano destra in un’impugnatura ferma e decisa, porto all’indietro la spranga e la scaglio con tutta la violenza che ho in corpo sulla sua nuca. Che si spappola. Si apre in due. Facile. “Come tagliare il tonno con un grissino”.

E alla fine, eccomi qui. Seduto su questo sgabello di legno. A riflettere. Fa molto caldo. Fa troppo caldo anche per fumare. Mi sciacquo le mani incrostate di sangue nel lavello e torno in salotto. Il corpo senza vita di Nicola Savino giace composto sul divano. L’ho messo lì, per non fare disordine. Esco di casa e chiudo la porta dietro di me. Una volta sul marciapiede penso che devo correre a casa. Ho perso tempo, troppo tempo, e mi mancano ancora molte ore prima di finire il mio programma di studi. Faccio qualche passo, svolto a sinistra, abbasso la testa per cercare il telefono, e vengo colpito al gomito. Il cellulare cade per terra. Scusate, sussurra a mezza voce un signore di mezza età, che prosegue dritto, senza neanche voltarsi. Ma io sono convinto di averlo riconosciuto. È lui. È Ennio Doris.

E, chissà perché, comincio a seguirlo.

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