La cosa importante

Avevo un nonno che mi ha insegnato alcune cose sulla vita. Non si trattava del mio nonno biologico, ma ho sempre considerato la faccenda del tutto irrilevante. Mia nonna, americana, si era innamorata di lui poco dopo essere arrivata in Italia. Non capiva nulla della lingua, e credo che questo abbia influito parecchio sulla felicità di quei primi mesi di matrimonio con mio nonno, toscano. Tralascio la parte più scontata della storia, quella in cui i due iniziano a comprendere la lingua dell’altro, litigano, si separano, divorziano, si odiano, si amano di nuovo, lei torna negli Stati Uniti, si risposa (e con questa fanno tre: quando si dice imparare dagli errori del passato), torna single per motivi legati al Padreterno, lui rimane in Toscana, non si risposa, e infatti scopa parecchio. Ma non è questa la cosa importante.

Mio nonno aveva un gran senso dell’umorismo. L’ironia tipica dei toscani, micidiale, fulminante. Spietata. Un giorno mi disse “se vuoi essere felice con una donna devi sapere gestire la misura della catena: non troppo corta, perché devi lasciarla libera di muoversi dalla cucina alla camera da letto, non troppo lunga, perché se no finisce che viene a romperti i coglioni in salotto”. Quella volta era serio.

Ci sentivamo spesso, almeno una volta ogni due anni. Ogni tanto lo andavo a trovare in Toscana. Viveva in una villa nel Chianti. Colline, vigneti, cinghiali e Sting. (Ci tengo a questa cosa di Sting: qualche mese fa sono andato a cercare la tomba di famiglia e mio padre mi ha detto “è accanto alla villa di Sting”. Mi è sembrata una cosa parecchio figa). Stavo lì un paio di giorni, il tempo di leggere un libro, mangiare una decina di bistecche e fare lunghe conversazioni con mio nonno. “Allora, com’è?” “Bene” “Sempre fidanzato con quella dell’ultima volta?” “No” “Peccato, era carina” “Nonno, sei cieco, difficile che te la ricordi” “Lo capisco dalla voce” “Ah” “Lavoro?” “Bene” “Vado a dormire, ci si vede”. Era un tipo autoironico. Ma non è questa la cosa importante.

L’ultima volta che sono andato a trovarlo era triste. Si sentiva solo. I suoi amici erano morti. Mia nonna era morta. (Si telefonavano un paio di volte all’anno. Li legava qualcosa di strano. Credo i rimpianti). “Come va?” “Eh”. E siamo rimasti lì, in silenzio, seduti su due sedie di vimini, nello spiazzo di ghiaia davanti alla porta di casa. Lui si è acceso un sigaro, io una sigaretta.

Pochi giorni dopo è morto. Da solo.

E tra un paio d’anni, quando sovrappensiero proverò a chiamarlo, non risponderà nessuno. È questa la cosa importante.

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