Il giorno dopo

Quel giorno, come al solito, sentirà grattare alla porta, aprirà gli occhi, scenderà dal letto, s’infilerà ai piedi un paio di ciabatte a forma di taxi, sbatterà il ginocchio contro il tavolino basso del televisore, bestemmierà, e bestemmierà ancora, lascerà entrare la gatta in camera da letto, le accarezzerà per qualche secondo il muso, andrà in bagno, piscerà, metterà su la moka del caffè, butterà nel lavandino un litro di latte scaduto da due settimane, s’infilerà sotto la doccia e canterà Uomini Soli dei Pooh.

Poco dopo si farà la barba, berrà il caffè, sarà in ritardo, indosserà velocemente un paio di pantaloni una camicia e un golf, uscirà di casa, rientrerà perché si sarà dimenticato il portafoglio, lo troverà accanto al lavandino, chiuderà la porta di casa, incontrerà l’inquilino del secondo piano, non si saluteranno, il portinaio gli chiederà perché si ostina a buttare lattine di chinotto nell’umido, lui gli risponderà che non beve chinotto dalla quarta elementare, e gli chiederà se in Senegal ce le hanno, le elementari.

In strada soffierà un vento gelido, avrà freddo alle mani e camminerà veloce per scaldarsi, le foglie umide s’incolleranno alle scarpe, le macchine saranno bianche di brina, rami nudi e secchi divideranno l’azzurro del cielo in infinite forme geometriche. Arrivato in ufficio accenderà il computer, si preparerà un caffè che lascerà raffreddare sulla scrivania, controllerà la mail, andrà in bagno, si siederà sull’asse del cesso, allungherà le gambe e chiuderà gli occhi.

Oggi è tutto come al solito, penserà. Il giorno dopo la morte di Silvio Berlusconi.

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Aveva un vestito color panna

L’auto con le quattro frecce sulle strisce pedonali, il via vai della gente sotto il portico di un teatro, uomini in giacca e cravatta impugnano ventiquattrore di pelle nera, luci calde illuminano dal basso un palazzo austero sul lato lungo della piazza, rumore di tacchi sull’acciottolato, l’ingresso di una galleria, lo sguardo di Leonardo sui passanti, un vecchio tram, le pellicce bianche di due signore in attesa di qualcosa, il flash di una macchina fotografica, le indicazioni di un vigile a una coppia straniera, un semaforo rosso.

Uno sguardo al cellulare e un altro ancora gioca con le monete nella tasca del cappotto stamattina è crollato il prezzo del piombo cazzo c’avranno da ridere i filippini? le aveva scritto ci vediamo sotto il portico inutile chiamarla avrei potuto lavare la macchina nessuno gli ha mai spiegato dove infilare le mani se le tieni dietro la schiena sembri vecchio se stanno in tasca sudano e poi non puoi mica asciugarle prima di salutare e il saluto appunto ecco l’altro problema come si saluta in questi casi? JP Morgan accetta i lingotti d’oro come collateral ora il semaforo è verde.

Aveva un vestito color panna, ma l’avrebbe notata comunque.

Il buono dei Salotti

A. conosce T. da molti anni, da quando giocavano a pallavolo insieme. Ultimamente si erano persi di vista, ma settimana scorsa si sono reincontrati per caso in un locale. Il tempo di una birra, breve aggiornamento sulle rispettive vite: Dobbiamo assolutamente organizzare una cena una di queste sere, Assolutamente, Potremmo fare già settimana prossima, Sì mi sembra una buona idea, Dimmi tu quando, Di preciso così su due piedi non saprei ecco ora come ora.., Senti che fai domenica a pranzo?, Dormo, Ah, Ma è un programma flessibile cioè non è che dormo sempre, Ah ecco bene: e allora perché non passi a casa mia che c’è il compleanno di mio padre, Non mi sembra il caso non vedo i tuoi da tanti anni e poi immagino vorrete stare in famiglia, Mavvà lo sai che i miei amano avere gente intorno e poi sono sicuro che gli farà piacere, Mmm: ok, Ti ricordi dove abito?, Sì più o meno: zona Brera giusto?, Grande allora ci vediamo domenica, Ottimo.

Pedala veloce tra le strade deserte di Milano, per terra tappeti di foglie gialle e grosse pozzanghere, qualche automobile procede lenta in mezzo alla carreggiata, la luce fredda del sole rischiara il cemento ancora umido, nell’aria l’odore della pioggia appena caduta. Si lascia alle spalle i maestosi palazzi di Corso Venezia, scivola sul pavé di via Palestro, pochi attimi e la strada si apre su una piazza, sulla sinistra un antico dazio romano, le vetrine dei negozi che sfilano rapide poi ancora pavé, un paio di semafori e quindi una chiesa. Svolta a sinistra in una piccola strada chiusa al traffico e s’infila in un dedalo di vie sempre più strette, le ruote rimbalzano sull’acciottolato, sparuti clienti siedono ai tavolini dei pochi bar aperti. Si ferma di fronte a una casa più bassa delle altre, lega la bicicletta a un palo e s’avvicina a un grande portone di legno antico. Citofona.

La sai la strada?, Allora, entri, superi il cortile interno, la prima porta sulla sinistra, secondo piano.

Una giovane cameriera di colore lo accoglie all’ingresso, lo aiuta a togliersi il cappotto e lo accompagna lungo un corridoio, alle pareti un paio di appliques di stoffa color crema e qualche foto di famiglia. Appena prima che il corridoio finisca la cameriera si gira e gli sorride, invitandolo silenziosamente a proseguire da solo. A. sorride a sua volta, la ringrazia sotto voce, e dopo pochi passi si trova sotto un arco. Davanti a sé si apre un’immensa sala: il soffitto alto con travi di legno a vista dipinte di bianco moltiplica la sensazione di spazio che si percepisce al primo sguardo, dalle due finestre che occupano quasi per intero la parete sinistra penetra compatta una massa di luce che si riversa nella stanza, illuminando l’elegante parquet, una grande libreria e una tavola rotonda, sulla quale sono state appoggiate alcune bottiglie di vino, numerosi bicchieri e vassoi pieni di tartine, brioches salate e pietanze d’ogni genere.

Ci sono libri dappertutto: impilati su comodini, sparsi qua e là per terra, ordinati sulla libreria, appoggiati sui davanzali delle finestre. Una rapida occhiata e scorge una biografia di Lenin, un’altra di Togliatti, una copia sgualcita del Manifesto, alcuni volumi sulla storia dell’Unione Sovietica, due o tre saggi sulla rivoluzione cinese. Perso com’è nella contemplazione dei libri, per un momento non s’accorge che qualcuno lo sta chiamando. Un ragazzo sulla trentina, pantaloni di velluto marrone a coste e dolcevita verde scuro, si avvicina e gli batte un paio di volte la mano sulla spalla: Non avrai mica intenzione di passare tutta la giornata a guardare la libreria, vero?

T. abbraccia A.

Cazzo Grande lo sapevo che saresti venuto!, Bé ma te l’avevo detto che sarei passato, Sì ma con te non si sa mai, Senti tuo padre dov’è che almeno lo saluto e gli faccio gli auguri?, Dev’essere qua in giro a fare pabblic relèscion: sai com’è fatto, adora discutere con tutti, e poi quando inizia a parlare di politica non riesce più a fermarsi, comunque vieni che ti presento un po’ di gente, No dai davvero non è necessario, Insisto: dai cazzo non farti sempre pregare e poi son vecchi è vero ma qualcuno simpatico c’è, E se prima mangiassi qualcosa?

T. prende A. sotto braccio, lo trascina in mezzo alla sala e punta deciso un gruppo di persone che sta conversando poco più in là: un uomo sulla cinquantina con la barba e gli occhiali dalla montatura viola e rotonda gesticola animatamente rivolgendosi a due signore che avranno più o meno la sua stessa età e a un altro uomo che invece dimostra qualche anno di meno. Non è chiaro di cosa stiano parlando, ma le argomentazioni dell’uomo barbuto evidentemente convincono la ristretta platea, che infatti annuisce all’unisono condividendo espressioni che vanno dall’indignazione montante al sottile sarcasmo.

Scusate se vi interrompo, ma vorrei presentarvi un mio caro amico che non vedevo da tanti anni, Oh finalmente un po’ di sana gioventù in mezzo a questo crocicchio di cariatidi, [Ridono], Allora approfittiamo della presenza di questo giovanotto per sapere un po’ cosa pensa dell’ennesima schifezza che ci ha propinato questo governo cattofascista, Ehm, Bé avrai sentito dell’ultimo provvedimento che hanno emanato giusto l’altro ieri, no?, In effetti no, [Sconcerto], Hanno cancellato i fondi destinati a finanziare la ricerca sul teatro, ti rendi conto?, La ricerca sul teatro?, [Perplessità], La ricerca sul teatro, certo: da anni alcune università italiane hanno promosso la ricerca sulle avanguardie teatrali post moderne con il fine precipuo di dare nuova linfa alla produzione artistica dei giovani emergenti, Ah, Ma non capisci?: il teatro costituisce un momento di catarsi essenziale per l’individuo, che gli consente di proiettare il suo Essere ben oltre le volgari contingenze di una vita dedicata esclusivamente al barbaro soddisfacimento di attività superflue, come mangiare, riprodursi, lavorare, Eh sì certo, [Sorridono condiscendenti], Sei giovane e ti scusiamo per questo: ma un giorno capirai, ne sono certo, c’è in gioco la nostra libertà, la nostra dignità di Uomini.

Eh già.

L’eleganza del Pollo

Un’elegante signora entra nel negozio e si mette accanto a lui, insieme scrutano la vetrina dove sono esposti i piatti del giorno. Momento delicato, quello della scelta. Un paio di settimane fa è rimasto paralizzato per una decina di minuti, gli occhi che rimbalzavano impazziti tra una teglia di pasta al pesto e un vassoio di arancini di riso. Alla fine ha preso entrambi, e due ore dopo giaceva privo di sensi sulla scrivania, faccia schiacciata sulla tastiera e braccia penzolanti nel vuoto.

Stavolta, però, è diverso: la pasta la mangia già stasera, la frittura di pesce costa di sicuro una madonna, l’insalata di riso gli mette la depressione, il pollo – invece – ha proprio un bell’aspetto. Nessun dubbio: vuole il pollo, quell’enorme coscia lì, l’ultima rimasta. Buongiorno signori, chi servo?, Tocca a me: vorrei quel pollo lì, Tutto?, Sì grazie, Glielo scaldo?, Mmm: non è necessario. Ecco qua, Grazie e arrivederci. Prende il pollo, paga, e se ne va.

Al signore cosa servo, invece? Io volevo il pollo, Mi spiace ma come vede l’ultima porzione l’ha presa quell’elegante signora che stava accanto a lei, Sì, capisco, ma io volevo il pollo [non si capacita], …, La signora è entrata dopo, c’ero prima io, l’ha visto anche lei [cerca un appoggio], …, Il pollo, io volevo solo una piccola coscia di pollo [vorrebbe piangere], …, Niente pollo quindi, No, Mi scusi vorrei restare un po’ da solo, …, Ok, esco.

Esce, e s’incammina lentamente verso lo Studio. Percorre pochi metri e la vede, Lei, la Signora del pollo. Sta slegando il motorino. Le si avvicina, la guarda, lei alza la testa, interdetta. Mi scusi, Sì?, Lei è davvero elegante, Grazie ma.., Per essere una Troia, intendo.

S’allontana soddisfatto: i piccoli soprusi, A., non li ha mai sopportati.

Scivoli armati

L’attesa dell’ineluttabile ha le forme sensuali di una splendida ragazza bionda che indossa un elegante tailleur verde ufficio abbinato a un giubbotto salvagente giallo paglierino che si trova anche sotto la sua poltrona. Segue ipnotizzato i movimenti delle mani che gli segnalano una manciata di rassicuranti uscite di sicurezza mentre una voce fuori campo lo ragguaglia sul sentiero luminoso che al momento opportuno saprà indicargli la retta via.

Vorrebbe alzare la mano e fare un paio di domande, come quand’era a scuola e chiedeva alla maestra di spiegargli quello che non capiva. Questa storia delle mascherine, che a un certo punto potrebbero penzolargli sulla testa, per esempio, non gli è del tutto chiara: cioè, pensa, una volta che sto precipitando da sette mila metri di altezza e che magari c’ho pure il finestrino aperto, siamo proprio sicuri che quello che mi serve sia una boccata di ossigeno?

Ma, soprattutto, perché in cambio del giubbotto salvagente non mi date un bel paracadute?

Come al solito, però, resiste alla tentazione di fare domande che non avrebbero risposte e riapre il libro che aveva appoggiato sul tavolino davanti a sé.  Assistenti di volo armare gli scivoli e confermare. Legge qualche riga, ma le parole fuggono in direzioni opposte, non c’è verso di catturarne il significato. Assistenti di volo prepararsi al decollo. Abbandona il libro sulle ginocchia e chiude gli occhi.

L’accelerazione arriva a tradimento la schiena s’incolla allo schienale le mani sudate stringono il bracciolo la sensazione che non si stacchi da terra cazzo non si stacca e invece all’improvviso sale prima la testa poi la coda ma è proprio ora che può succedere di tutto un vuoto d’aria o il motore o che cazzo ne sa fatto sta che tutti dicono che è il decollo il momento peggiore e tra mille rumori un paio che non conosce vibrazioni mai sentite prima spalanca gli occhi e l’hostess bionda è tranquilla ma tanto lo sa che la pagano per sorridere fino alla fine e comunque qualcuno gli spiega che cazzo è questo rumore se stanno cadendo potete avvertirlo c’ha una vita da passare in rassegna ma perché non ha preso un traghetto ché lì sì che un salvagente serve a qualcosa dio scusalo ma la bestemmia è una forma di affetto e nel dubbio ti ha sempre creduto e..

E poi è lassù, tra un pavimento di nuvole e un soffitto d’azzurro. Si slaccia le cinture e si asciuga le mani. Un bambino lo guarda e ride. Se solo avesse un fucile a canne mozze..

Il piacere

E smette di ascoltarla. Non c’ha più voglia: lascia che il rumore delle sue parole si perda nell’aria, massa informe di suono senza senso che rimbalza impotente sul velo d’indifferenza che ha steso intorno a sé. Gli occhi le fissano il viso ma non la guardano più, e un ghigno impercettibile compare sul suo volto. Nel silenzio ovattato del suo cervello apre senza fretta l’armadio dove ha pazientemente riposto le debolezze di lei, quelle che ha imparato a conoscere e a proteggere in tutto questo tempo. Le passa in rassegna una a una, meticolosamente. Alla fine trova quello che cercava.

Solo allora inizia a parlare. In un primo momento lei non capisce. Alza la voce, vuole finire il discorso che aveva iniziato. Come al solito non hai ascoltato un cazzo, gli urla in faccia con violenza. Quando tace, finalmente, il tono piatto della voce di lui s’impossessa della stanza. Scandisce lentamente le parole che con tanta cura ha selezionato. Lei ammutolisce. Lui affonda i colpi, uno dopo l’altro. Colpisce dove fa più male, la investe con quella cattiveria che non ha nulla di animalesco, perché è solo degli uomini.

Lui sa bene quello che sta facendo. È lucido, come non lo è stato mai. La osserva mentre il dolore le inaridisce il viso. E un piacere perverso lo invade, mentre distrugge ciò che ama.

Altrove

Quando risponde è altrove. Seduto a un tavolino di un bar, in compagnia di una grappa e di qualche vecchio che gioca a carte. C’è anche Emilio Libonati, con la sua dozzina di inverni. La piazza è in cima a una strada che scende ripida verso una chiesa gotica, chiazza bianca in un mare di nero. Deve smettere di fumare, ha biascicato mentre si arrampicava sui ciottoli della sua ultima destinazione.

“Ok per domenica. Dove ci vediamo?”.

L’ha conosciuta per caso, qualche giorno fa. Quando è entrato come al solito non sapeva che cosa avrebbe comprato, ma tra i libri si è sempre perso volentieri. Le copertine rigide gli stanno in culo, è il pensiero non troppo articolato che si è frantumato all’improvviso quando l’ha vista. Occhi verdi e capelli castani, direbbe la carta d’identità. Gran belle tette, aggiungerebbe un suo amico, poeta.

Stavolta non è arrivato neanche a due, e le ha parlato. Voce incerta e frasi banali sono stati il suo biglietto da visita, e lei che lo fissava. Ha provato a rifugiarsi in discorsi già fatti, strade sicure che ha percorso mille volte, ma lei continuava a stanarlo. Il tempo si è distratto per un po’, divertito da quei due strani individui che si studiavano da lontano. Quando si sono salutati le ha chiesto il numero di telefono. Poi le ha scritto.

Ora osserva il cellulare. Domenica è un bel giorno per rivedersi, pensa. Ferma la cameriera e chiede il conto. Fattura, grazie: quando è in trasferta per lavoro il pensiero del rimborso rende più dolce il sapore dei piaceri che si concede. Risponderà più tardi. Senza accorgersene ha preso una sigaretta dal pacchetto mezzo vuoto. La strada del ritorno è in discesa: per smettere di fumare c’è sempre tempo.