Dai, bene.

Talvolta càpitano giornate un po’ particolari. Tipo che la tua squadra del cuore perde quattro a zero ed esce dalla Champions. O il tuo capo ti dice che quel documento proprio non va. O ti accorgi che sono finiti i Pan di Stelle. O trovi nella casella di posta l’invito al matrimonio di una tua ex. Che si sposa con quello per cui ti ha lasciato. Cioè quello che si scopava mentre vivevate insieme. O perdi a Ruzzle contro Bimbominkia94. Cinque volte di seguito. “Peccato, bella partita, LOL!”. O il tuo motorino ti abbandona mentre sei fermo a un semaforo. E piove. E tu sei ubriaco. E sono le cinque del mattino. O vai dal parrucchiere e quando esci ti rendi conto che sei uguale al figlio del cantante dei Ricchi e Poveri. (Ma almeno sei vivo). O esci a cena e sbagli a ordinare tutte le portate. O la tintoria ti stira i jeans con la riga in mezzo. O compri una camicia che ti sta da Dio, torni a casa, la indossi, e t’accorgi che dietro è stampato un teschio rosso sangue. O la tua commercialista ti scrive ricordandoti che tra dieci giorni devi pagare tremila euro di Iva.  O scegli un locale che non serve long island. Oppure lo serve ma fa cagare. O lavori per mezza giornata su un documento che hai aperto dalla posta elettronica. Senza salvarlo. O, distratto, t’imbatti in un cieco che per farsi strada ti colpisce ripetutamente gli stinchi con il suo bastone. O, mentre stai per ordinare l’ultima porzione di tortellini al ragù, una vecchia ti passa davanti e li ordina lei. O conosci un calabrese. O conosci un vecchio calabrese. O conosci un vecchio calabrese cieco. O cerchi parcheggio in una via che ha quattro posti liberi. Tutti per handicappati. O scopri che hai finito le sigarette. Ed è mezzanotte. E hai lasciato il tesserino sanitario a casa. E porcodio.

Oppure non accade nulla. Ed è molto peggio. 

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La posta del cuore

Ciao Massimo Decimo Meridio,

sono Filippo, ho sedici anni e ti scrivo da Milano. Un paio di settimane fa ho conosciuto una ragazza molto carina: bionda, occhi verdi, un sorriso dolcissimo. Ci siamo incontrati alla festa di compleanno di un amico in comune. L’ho notata subito, appena entrata, ma visto che sono timido ho passato buona parte della serata a chiedermi come avrei potuto rivolgerle la parola senza sembrare un coglione. Poi, tutt’a un tratto, è venuta lei da me, a chiedermi se avevo una sigaretta da offrirle. Fortunatamente avevo ripreso a fumare giusto il giorno prima, quindi ho tirato fuori le mie Marlboro rosse e siamo usciti sul terrazzo. Per fartela breve: passiamo le due ore successive a parlare, ci raccontiamo che cosa facciamo nella vita, quali sono le nostre materie preferite, le città che abbiamo visitato con le nostre famiglie, i libri che porteremmo su un’isola deserta; ci raccontiamo pure le nostre storie passate, lei mi dice che è uscita da poco da una relazione sentimentale complicata, durata più di due mesi, e che arrivata a quindici anni ha capito di aver perso anche troppo tempo dietro “le paturnie di quello che avrebbe dovuto essere un uomo e che invece si è rivelato essere solo un bambinone che non sa che fare della propria vita”; che finalmente ha trovato un suo equilibrio, che studia tanto ma che questo non le pesa perché le piace quello che fa, che per la prima volta si sente davvero realizzata: non più bambina ma donna fino in fondo. Alla fine della serata, lei è andata via con una sua amica, ma poco prima di uscire ci siamo scambiati il contatto su facebook. Ero molto contento. Il giorno dopo le ho scritto. Avevo pensato di lasciar passare almeno un paio di giorni prima di farmi sentire, poi mi son detto: “queste cagate lasciamole agli undicenni; hai conosciuto una ragazza che ti piace – ed era un sacco che non ti capitava –, hai passato quasi due ore a parlare con lei, avete riso e scherzato, che bisogno c’hai di fare il prezioso?”. Naturalmente non le ho chiesto subito di vederci: le ho scritto un messaggio simpatico, prendendola in giro per una cosa che mi aveva detto la sera prima, mi sembra che c’entrasse una versione di latino, e ho messo due puntini di sospensione alla fine. Non tre: due. Odio chi mette troppi puntini di sospensione. Lei mi ha risposto quasi subito: “^-^”. Da lì abbiamo iniziato a scriverci un paio di messaggi al giorno, per quasi una settimana. Sempre cazzate, eh, però un sacco divertenti. Fatto sta che un giovedì pomeriggio ho preso coraggio e le ho proposto di uscire con una chattina su Fb: “Stasera andiamo alle Colonne?”. Mi ha risposto un paio d’ore dopo: “Scusa ma stasera ho un impegno. Sentiamoci più in là”. Ecco, caro MDM, ti confesso che questa risposta mi ha davvero spiazzato. E ora non so bene che fare. Spero che saprai darmi uno dei tuoi sempre saggi consigli.

Ciao,

Filippo

 

Caro Filippo,

innanzitutto grazie per la tua lettera, mi fa sempre piacere scoprire che la platea dei miei lettori comprende anche giovani fanciulli, che muovono i primi passi nell’orizzonte plumbeo dell’agone amoroso. Mi chiedi d’indicarti quale strada imboccare, dopo che la donna che brami pare aver socchiuso le porte del suo cuore, con quella risposta tanto ruvida quanto inaspettata. Ebbene, ecco allora il mio consiglio, che ti sussurro sommessamente e che ti prego di prendere per quello che è: una semplice manciata di parole gettate lì, davanti al tuo giovane volto, da un uomo di mezz’età, che ancora oggi si muove spaesato tra le cose della vita. Mandala a cagare. 

Fameeehhh!

Un disabile grave rifiuta il cibo.

***

Cinquanta persone con disabilità gravi e gravissime, di cui circa la metà attaccate a un tubo per respirare e a un altro per nutrirsi, hanno iniziato il 21 ottobre lo sciopero della fame per protestare contro l’assenza di un “piano organico per la non autosufficienza”.

http://www.corriere.it/salute/disabilita/12_ottobre_22/disabili-sciopero-fame_0d0fad70-1c25-11e2-b6da-b1ba2a76be41.shtml

***

In sciopero della fame cinquanta disabili gravi. Che prima di iniziare erano medi.

Il gesto estremo è stato promosso dal “Comitato 16 novembre”. L’obiettivo è arrivarci.

“Il ministero aveva promesso un piano d’intervento, e sono già passati sei mesi”. È quello il piano.

I disabili si sono riuniti in un sit-in. Per mancanza di alternative.

“Condanniamo l’immobilismo del governo” ha dichiarato un familiare con scarso senso dell’umorismo.

“Per i casi più gravi serve un piano blindato”. E una ferrovia.

L’incitamento più forte arriva dagli stessi malati. “Togli quel cazzo di piede dal sondino!”

“Io scrivo con gli occhi grazie un computer dotato di puntatore oculare, mi nutro tramite un tubo inserito nello stomaco e respiro grazie a un altro tubo inserito in trachea, alimentato da ventilatore” ha dichiarato il segretario del Comitato bullandosi con uno stato vegetativo permanente.

“Ok, allora è deciso: da oggi sciopero della fame”

“Stacco il tubo?”

“Vai”

“Ghhh ghhh coff coff coff ghhh!”

“Occristo, ho sbagliato tubo”

“Riattaccalo subito, non lo vedi che soffoca?”

“Ok, riattaccato”

“Sei proprio un coglione”

“Scusami, è che con tutti questi tubi è un gran casino”

“Com’è che il tubo è diventato marrone? Che cazzo hai fatto? Non lo vedi che quella è merda?”

“Occristo, hai ragione”

“Gli hai infilato in bocca il tubo per cagare”

“Porca troia, lo stacco subito”

“Diocane, tieni fermo quel cazzo di tubo, mi stai inondando di merda”

“Mi spiace, non è colpa mia se ha deciso di cagare proprio ora”

“Cazzo, c’è merda dappertutto”

“Forse è meglio se andiamo a farci una doccia”

“E lui?”

“Lui viene con noi, non lo possiamo mica lasciare in mezzo alla piazza conciato in questo modo, con tutti quei tubi per aria sembra una centralina dell’Enel colpita da uno tsunami di merda”

“E lo sciopero?”

“Lo sciopero aspetterà: venti o ventuno ottobre, non cambia un cazzo”

“Aspetta: sta scrivendo qualcosa sul monitor, ma non leggo bene, è coperto dagli schizzi”

“Tieni, pulisci con questo fazzoletto”

“Ecco, ora si legge”

“ANDATVENE AFFANCULO VOI E IL VSTRO SCIOPERO DL CAZZO”

 

(Feat. Fed)

Diario di un uomo che ce l’ha fatta.

Ho cinquant’anni, una bella macchina, una moglie, due figli, un’amante, un’altra amante, due cellulari, quattro appartamenti a Milano, uno a Cortina, un altro a Poltu Quatu, un abbonamento open alla Scorpion, quattro carte di credito, tre conti correnti in Italia, due in Svizzera, quattro segretarie, tre amici stretti, settecentoquaranta numeri in rubrica. Gioco a tennis tutti i sabato pomeriggio, faccio quattro settimane di vacanze all’anno, un weekend al mese in campagna dai miei genitori, un numero imprecisato di trasferte infrasettimanali, parlo perfettamente l’inglese, me la cavo con il francese e so dire “mi scusi, prendete la Visa?” in tedesco. Mi piaceva Fini, ora non più. Ho sempre votato Berlusconi. A sinistra non mi piace nessuno, a parte Renzi, anche se è un po’ troppo cattolico. Non vado in Chiesa da quando ho fatto la cresima. Ogni tanto vado a puttane, le scelgo sempre dallo stesso sito, per lo più ucraine, talvolta russe, ma sempre bianche. Non ho nulla contro le negre; solo, non mi eccitano. E poi hanno dei capezzoli davvero troppo grossi. L’anno scorso ho guadagnato un milione e mezzo di euro. Quest’anno guadagnerò qualche cosa di meno, ma confido di rimanere sopra la soglia del milione. Fino a un paio di mesi fa pippavo cocaina, poi ho smesso. Non so perché. Non ho mai pippato abbastanza da sviluppare una vera e propria dipendenza, né mi si sono mai spaccate le narici o altre cazzate del genere. Devo essermi stufato, tutto qui. E ho ripreso a fumare, dopo quindici anni. Una sigaretta ogni tanto, senza esagerare. Odio le esagerazioni. Odio chi urla per chiamare il taxi, chi alza la voce durante le discussioni, chi sbatte i pugni sul tavolo; odio chi bestemmia e odio gli uomini ubriachi; ma, ancor di più, odio le donne ubriache, che biascicano incattivite la loro frustrazione per una vita gettata nel cesso a rincorrere una giovinezza che non torna e un marito troppo occupato a scoparsi la segretaria per rendersi conto che sono andate dal parrucchiere, quella mattina. Odio i politici. Odio chi non lavora e chi si lamenta perché non trova lavoro. Odio i cassintegrati che scendono in piazza a protestare contro lo Stato che non ha più soldi per aumentargli ulteriormente quelle tutele che il novantapercento di chi lavora non vedrà mai neanche in controluce. I giovani, poi, non li sopporto: sempre pronti ad attaccare i padri e le madri, colpevoli di non avergli preparato un futuro da scongelare, preparare e mangiare in soli cinque minuti. La povertà, in linea di massima, m’infastidisce; ma so apprezzare chi la vive con silenzioso contegno. Amo le belle cose, tutte, senza distinzioni. Amo comprare, per me e per gli altri. Amo il profumo delle lenzuola appena cambiate e l’odore delle scarpe di pelle. Amo la mia cameriera, che la mattina mi fa trovare il caffè pronto, un croissant caldo e il giornale aperto sulla pagina economica. Amo i ristoranti eleganti, la buona cucina, gli hotel sfarzosi e le donne che sanno camminare sui tacchi. Amo guardare i film d’azione con i miei figli. Amo scopare e fare l’amore. Amavo mia moglie. Amo quello che mi sono costruito, giorno per giorno, senza l’aiuto di nessuno. Talvolta mi guardo allo specchio: sono, ancora oggi, un bell’uomo. Nulla di eccezionale, per carità. Ma non mi posso certo lamentare. E se anche fossi un po’ meno bello, non mi lamenterei lo stesso. Io non mi sono mai lamentato. Sono sempre andato avanti, senza rompere il cazzo a nessuno, e, alla fine, ho conquistato tutto ciò che volevo. Insomma, ho cinquant’anni, una bella macchina, una moglie, due figli, un’amante, un’altra amante, due cellulari, quattro appartamenti a Milano, uno a Cortina, un altro a Poltu Quatu, un abbonamento open alla Scorpion, quattro carte di credito, tre conti correnti in Italia, due in Svizzera, quattro segretarie, tre amici stretti, settecentoquaranta numeri in rubrica. E sono un uomo felice.

Io e il mio portinaio.

Io e il mio portinaio abbiamo saltuarie conversazioni. Saltuarie, sì; ma che si prestano a molteplici piani di lettura.

Venerdì 2 aprile 2010, ore 9,07.
“Buongiorno”
“Raccomandata no arrivata”
“Ok, grazie”

Martedì 5 ottobre 2010, ore 9,01.
“Buongiorno”
“Raccomandata no arrivata”
“Ok, grazie”

Lunedì 24 gennaio 2011, ore 9,03.
“Buongiorno”
“Scusi”
“Sì?”
“Trovati pannolini in plastica, no fare così”
“Capisco il suo fastidio, ma credo che lei stia rivolgendo le sue lamentele alla persona sbagliata”
“Pannolini generico, no plastica”
“No, questo mi pare evidente. Ma, come le dicevo poc’anzi, temo che ci sia un fraintendimento: l’ultima volta che ho usato un pannolino è stato all’incirca ventinove anni fa, e, come potrà immaginare, dubito che si tratti dello stesso pannolino che lei stamattina ha rinvenuto nei cassonetti condominiali preposti allo smaltimento della plastica”
“Cacca no plastica”
“Ok, smetterò di cagare nella plastica. Buona giornata”

Mercoledì 11 maggio 2011, ore 20,10.
“Buonasera”
“Buonasera”

Lunedì 20 giugno 2011, ore 8, 59.
“Buongiorno”
“Arrivata raccomandata”
“Ah, bene”
“Tiene raccomandata”
“Mi, scusi, ma il destinatario di questa raccomandata è la signora Giovanna Panebianco”
“Raccomandata per sua signora”
“Senta, sebbene l’abbigliamento del mio coinquilino possa risultare talvolta bizzarro, le posso assicurare che, primo, è un uomo, e, secondo, che non è mia moglie”
“Lei rifiuta raccomandata?”
“No, come stavo tentando di spiegarle.. Senta, dia qui la raccomandata”
“Quando apre busta poi butta carta in spazzatura carta, no plastica”
“Ma certo. Ah, la saluta mia moglie. Arrivederci”

Lunedì 7 novembre 2011, ore 9,00.
“Buongiorno”
“Mi scusi”
“Mi dica”
“Stamattina bidone carta c’era pesce”
“E quindi?”
“Signora terzo piano dice che lei buttato pesce in carta”
“Guardi, credo di non aver mai cucinato pesce da quando sono in questa casa. Fatta eccezione per il sugo già pronto della Findus, ma dubito che lei si stia riferendo a questo”
“Pesce in generico”
“Pesce in generico, certo; ma le assicuro che Quel Pesce non l’ho buttato io nella carta”
“Signora terzo piano visto lei, questa notte, butta pesce dove non deve”
“La signora del terzo piano si sbaglia, mi pare evidente”
“Io non può spostare sempre vostra spazzatura”
“Senta, facciamo così: ne parli con mia moglie. Arrivederci”

Giovedì 1 marzo 2012, ore 8,30.
“Buongiorno”
“Scusi”
“…”
“Signora primo piano dice lei visto nudo in balcone, ieri sera”
“Considerato che vivo al terzo piano e che, ma rimanga tra noi, non sono solito girare nudo sul balcone di casa, ho la netta sensazione che la signora del primo piano le abbia fornito delle indicazioni errate”
“Signora sicura”
“…”
“No nudo balcone”
“Ok, ricomincerò a pisciare nel bagno di casa. Buona giornata”

Giovedì 20 settembre 2012, ore 8,57.
“Buongiorno”
“Scusi”
“Sì?”
“Sua moglie..”
“Mia moglie è morta”
“…”
“Arrivederci”

Venerdì 21 settembre 2012, ore 9,10.
“Buongiorno”
“Ma vaffanculo, negro”

Un tranquillo pomeriggio d’agosto.

Mi siedo su uno sgabello di legno e appoggio i gomiti su un tavolo basso e rettangolare, coperto da una tovaglia di plastica puntellata da girasoli che mi s’appiccica subito alla pelle. Respiro lentamente. Ho la bocca impastata dal caldo afoso di questo pomeriggio d’agosto. Un ventilatore in bilico su un tavolino di cristallo dai bordi dorati ruota stanco la testa di centottantagradi, refoli d’aria pesante si spostano molli per la stanza. Vicino alla finestra, un frigorifero spento, la spina abbandonata su un pavimento di piastrelle irregolari e la porta socchiusa; dentro, una bottiglia di Ferrarelle. Vuota.

È la prima volta che mi trovo in questa stanza. Fino a poche ore prima ne ignoravo completamente l’esistenza. D’altra parte, fino a poche ore prima non avevo neanche mai ucciso un uomo. Strana sensazione. Mi sento normale. Guardo la spranga di ferro che ho appoggiato vicino alla lavastoviglie, pochi minuti fa: da qui vedo solo qualche incrostazione, e non riesco a capire se si tratti di ruggine o di schizzi di sangue raggrumati. Dev’essere sangue. Quando gli ho sfondato il cranio, m’aspettavo che ne sarebbe uscito di più, di sangue. Ma con una laurea in legge non puoi certo aspettarti di sapere con anticipo le reazioni che provocherà una sprangata in testa.

Soprattutto se si tratta della testa di Nicola Savino.

Ebbene sì: ho ucciso Nicola Savino. Naturalmente non si è trattato di un omicidio premeditato. Semplicemente, è successo. Come se fosse la cosa più normale del mondo.

Camminavo per le strade vuote di Milano, poco dopo pranzo. Mi ero appena mangiato una piadina cottomozzarella nell’unico bar aperto che avevo trovato vicino casa. Una piadina immangiabile. Avrei voluto berci sopra una birra, ma, aspettandomi un pomeriggio di studio, avevo dovuto ripiegare su una Red Bull. A temperatura ambiente. Sto per chiudere e da un paio d’ore ho spento i frigoriferi, mi aveva spiegato il barista, un po’ per scusarsi, un po’ per prendermi per il culo.

Insomma, un vero pranzo di merda. La cosa, come potrete immaginare, mi aveva piuttosto innervosito. Fatto sta che, subito dopo aver pagato, faccio per tornarmene verso casa. Ed è proprio in quel momento che m’imbatto in Nicola Savino. Lo riconosco subito. Sta parlando al telefono. Ed è davvero molto basso. Per qualche strana ragione, comincio a seguirlo. Sul momento non riesco a capire il motivo del mio comportamento. Mi accendo una sigaretta e continuo a camminare. A passo molto lento. Lui, invece, cammina veloce. Il che non rappresenta un grosso ostacolo al mio inseguimento, considerato che il suo pizzetto mi arriva grossomodo all’attaccatura dei peli del pisello.

Andiamo avanti così per una decina di minuti. Lui avanti, io qualche metro dietro. A un certo punto passiamo accanto all’ennesimo cantiere a cielo aperto di cui puntualmente si costella Milano ogni santo, fottuto, mese d’agosto, ed è lì che raccolgo la spranga di ferro. È una decisione improvvisa, ma in qualche modo ragionata. È da qualche minuto, infatti, che nella mia testa sta prendendo forma un pensiero, un’idea, una sensazione: a me, Nicola Savino, sta profondamente sui coglioni. Non lo sopporto. È più forte di me. Un tempo non era così, forse. Ma da quando ha iniziato a comparire in ogni fottutissimo secondo della mia pausa pranzo, vestito come un pirla, con quegli occhiali da pirla, e la sua voce da pirla, che mi racconta quant’è figa l’offerta di non mi ricordo neanche quale compagnia telefonica, io lo odio. Lo odio. Lo odio di un odio puro e cristallino. Proprio come odiavo quella faccia da cazzo che qualche anno fa negava a un mammifero affamato una manciata delle sue caramelle e, non contento, lo prendeva pure per il culo esclamandogli sul muso “Delfino curioso!”. Oppure, come quell’altro coglione che scriveva solo di notte, lui, intellettuale di ‘sta minchia, che gli veniva da scrivere le sue stronzate solo a quell’ora, e poi prendeva la tazzina del caffè, un sorso sornione e… “Buono”. Buono: il caffè Hag non solo fa cagare, ma è puro privo di caffeina. Quindi non serve a un beneamato cazzo. Soprattutto se vuoi scrivere di notte. Coglione.

Fatto sta che, in preda a questo vortice di immagini pubblicitarie che mi s’affastellano nella mente, tra una Federica Pellegrini che s’atteggia a grandissima figa mentre mangia un Pavesino e s’infila un vestito con l’eleganza di un cinghiale zoppo e un Ennio Doris rubicondo che traccia tutt’intorno a sé un cerchio del diametro dei miei coglioni appena frantumatisi al suolo, ecco che imbraccio la mia bella spranga di ferro arrugginito. E continuo a seguire Nicola Savino, che nel frattempo è entrato in un portone. Chissà come non s’accorge che io sono lì, dietro di lui, armato e pericoloso. Starà pensando a Mara Maionchi, immagino. E sale le scale. E io non lo mollo. E intanto altri chilometri di pellicola di pubblicità di merda mi passano davanti agli occhi, e io stringo sempre più forte la mia mano attorno alla spranga, così dura. Così letale. E quando Nicola Savino si ferma davanti a una porta blindata, tira fuori le chiavi e la apre, capisco che è arrivato il momento. Unisco la mano sinistra alla mano destra in un’impugnatura ferma e decisa, porto all’indietro la spranga e la scaglio con tutta la violenza che ho in corpo sulla sua nuca. Che si spappola. Si apre in due. Facile. “Come tagliare il tonno con un grissino”.

E alla fine, eccomi qui. Seduto su questo sgabello di legno. A riflettere. Fa molto caldo. Fa troppo caldo anche per fumare. Mi sciacquo le mani incrostate di sangue nel lavello e torno in salotto. Il corpo senza vita di Nicola Savino giace composto sul divano. L’ho messo lì, per non fare disordine. Esco di casa e chiudo la porta dietro di me. Una volta sul marciapiede penso che devo correre a casa. Ho perso tempo, troppo tempo, e mi mancano ancora molte ore prima di finire il mio programma di studi. Faccio qualche passo, svolto a sinistra, abbasso la testa per cercare il telefono, e vengo colpito al gomito. Il cellulare cade per terra. Scusate, sussurra a mezza voce un signore di mezza età, che prosegue dritto, senza neanche voltarsi. Ma io sono convinto di averlo riconosciuto. È lui. È Ennio Doris.

E, chissà perché, comincio a seguirlo.

Avv. Bell

“Alexander Bell?”
“Eccomi”

Ci siamo. Hanno appena fatto il mio nome, o almeno così mi sembra d’aver sentito. Ho i sensi leggermente appannati, vedo volti sfuocati che mi fissano e il brusio di parole spezzate a metà. Entro. L’aula è foderata di marmo: di marmo il pavimento, le pareti, il soffitto. Il tic toc delle suole legnose rimbomba ovattato mentre percorro un corridoio stretto tra fila parallele di panche piene di gente, quaderni aperti sulle ginocchia e borse infilate tra i piedi; in fondo, su un piano leggermente rialzato, un altare e cinque scranni a semicerchio, e, in mezzo, una sedia. Di plastica. Mi siedo.

Mi prudono i polpacci. Devo grattarmi le gambe: nella fretta ho infilato l’ultimo paio di calze pulite che mi rimanevano. Ovviamente di lana. Dove cazzo avrò messo le calze di cotone?, penso; e intanto qualcuno parla. Il Presidente, seduto sullo scranno più alto, mi sta dicendo qualcosa. Una parte di me deve aver seguito le sue parole, perché inizio a parlare. Le calze di cotone della Gallo, quelle colorate: sono convinto di averle messe in lavatrice un paio di settimane fa, poi sono scomparse. Mi prudono le basette. Sono lunghissime: sembro uno dei Beatles (poco prima di entrare ho letto sul telefono un post in cui si parla della vera storia della fine dei Beatles: beghe familiari, pare; e c’entra pure un cazzetto; devo concentrarmi).

Devo concentrarmi. Parlo, sento la mia voce che dice delle cose, una signora bionda annuisce con veemenza, mi convinco che sto dicendo le cose giuste. Mi asciugo il sudore che cola sulla fronte, sposto i capelli, mi tocco le sopracciglia. E mi alzo. Mi sono alzato senza rendermene conto, mi sono avvicinato all’altare, e mi sono girato. C’è un tizio, seduto su una piccola sedia di plastica che si asciuga il sudore che cola sulla fronte, si sposta i capelli e si tocca le sopracciglia. È molto elegante. Sta parlando. Dice delle cose giuste, credo: una signora bionda annuisce con veemenza. Dietro di lui, gente che prende appunti. Gli hanno chiesto la recidiva: una domanda facile; l’ho studiata per bene qualche giorno fa. Se ho un po’ di culo la chiedono pure a me.

Torno a sedermi. Riprendo a parlare. Mi hanno chiesto la recidiva. Che culo. Penso che sto andando bene e mi rilasso. Il rumore del cuore che batte scandisce ogni singola parola. Ne seguo il ritmo. Passiamo a procedura penale, dice il Presidente. La signora bionda, seduta accanto a lui, mi chiede qualcosa. La so, cazzo: so anche questa. Mi ricordo perfettamente il giorno in cui ho ripassato quest’argomento. Sarà stato all’incirca una decina di giorni fa. La so, penso, e nuovamente mi alzo. Lascio che il tizio biondo continui a parlare, stretto nella morsa della tensione, la mente che vaga alla ricerca dell’immagine giusta, tra mille fogli di appunti, pagine di codici, numeri, capoversi, fitte di sottolineature. La risposta è là, da qualche parte. Esco dall’aula mentre cerca, veloce, di ricostruire i contorni di quell’immagine.

Ora sono a casa. Metà agosto, credo. Mi sono svegliato da poco. M’infilo i pantaloni della tuta e una maglietta macchiata. Metto su il caffè ed esco sul balcone a fumare. Il cielo è terso. Sono le sette e un quarto. Ho dodici minuti per fare la doccia. Altri dodici per fare colazione. Ventiquattro minuti di libertà: un tempo infinito, che voglio godermi fino in fondo. Solo, mi scappa da cagare. La cosa, onestamente, m’infastidisce. Cagare, di per sé, non è un’attività spiacevole. Ma non quando ho solo ventiquattro minuti a mia disposizione. Ventitré. L’odore del caffè invade la stanza. Spengo la sigaretta. Nella bocca il sapore del tabacco. Mi fa schifo; ma non posso farne a meno. Ventidue. La lancetta più lunga dell’orologio appeso alla parete si è appena spostata. Non sta mai ferma. Vorrei costringerla a bloccarsi; se potessi, la scongiurerei di prendersi una pausa di qualche ora. Se riuscissi a convincerla, accenderei la tivù e un’altra sigaretta. Ventuno. Vado a cagare.

Mi siedo sulla tazza del cesso e sono di nuovo in quell’aula. Il tizio biondo (più che biondo, rossiccio), ora, non parla. Aspetta qualcosa. Probabilmente aspetta me. Ci guardiamo. Riprendiamo a parlare. La signora bionda continua ad annuire: comincio a pensare che i suoi movimenti abbiano poco a che fare con il contenuto delle mie risposte. Probabilmente il fisioterapista le ha consigliato di sciogliere il collo per una mezzora al giorno, e lei approfitta della situazione per tenersi in allenamento. Il Presidente sorride. Sto andando bene. Forse ce la posso fare. Mancano poche domande. Non devo dire cazzate. Non devo stare zitto. Non devo scappare da lì. Devo smetterla di pensare a cosa non devo fare.

E, alla fine, l’ultima domanda. Risponderò male. Scena muta. Ma l’esame era già finito qualche minuto prima. Avevano già deciso. Un quarto d’ora dopo mi diranno che, sì, sono diventato avvocato. Sul momento non capirò. Poi la gioia, felicità più pura della bamba colombiana, l’abbraccio con la mia mamma nell’atrio immenso che si svuota. I complimenti di volti sconosciuti. Telefonate e messaggi. È il giorno che aspettavo da tempo. Sono felice. Sarò felice.

Prima che tutto finisca, però, lascio ancora una volta l’aula. Abbandono il tizio biondo-rossiccio mentre tenta di bofonchiare qualcosa al Presidente sull’articolo 51 del Codice deontologico. E torno indietro di tre anni. A una mattina di metà dicembre. Ho appena finito di farmi la barba e mi sto infilando i jeans. Devo fare in fretta: ho appuntamento tra pochi minuti con Mario sotto casa. Dobbiamo andare in fiera. C’è il parere di civile, oggi. Mi guardo allo specchio e sorrido. Sono convinto che andrà tutto bene. Sono preparato. Su quest’esame ho sentito mille leggende. Ma sono tutte cazzate, penso. Non mi hanno mai segato a un esame. Mi sono laureato con centodieci e lode. Sono un figo, insomma. E gliela metterò nel culo.

E invece, alla fine, me l’hanno messa nel culo loro. Loro chi, non saprei dire con esattezza. Quello che so, quello che mi porterò impresso per sempre, nel culo e anche da altre parti, è il tempo che mi hanno rubato. Quella parte di vita che mi hanno strappato via.

Arrivato al termine di questo lungo percorso, seduto su una sedia di plastica in un’aula foderata di marmo, ripenso a quella mattina gelida di metà dicembre e, per la prima volta, mi rendo conto di quello che davvero è successo in questi tre anni: sono diventato una persona peggiore.