Sbarchi

Quel viaggio gli è rimasto addosso. Chissà perché gli viene in mente ora, a distanza di anni. Era la prima volta che partivano loro quattro, da soli. Sembra incredibile, ora che ci pensa: avevano sempre condiviso tutto, ma il tempo per una vacanza insieme non c’era mai stato. Dobbiamo farlo ora, prima che sia troppo tardi, si erano detti qualche giorno prima. E in poche ore avevano trovato un camper e una destinazione.

La partenza è una foto che riguarda spesso. Corpi pallidi e vestiti improbabili, stretti in un abbraccio che li racconta da sempre. Hanno fretta di partire, i saluti si esauriscono in fretta, poi è una notte di autostrade, discorsi e sonni veloci. All’alba sono a Nord, in una terra che ha colori sfumati da una luce accecante. Gli occhi socchiusi trasformano l’orizzonte in una linea sottile. Dai finestrini abbassati entra un’aria gelida.

La strada segue stretta il verde ondulato dei prati, interrotto qua e là da piccole case con tetti appuntiti. Da qualche minuto hanno smesso di parlare. Il mare li coglie all’improvviso, maestosa coperta grigia che s’infrange su spiagge verticali, e si perde all’infinito, verso un cielo che, qui, è più alto che altrove. Lasciano il camper in un anonimo parcheggio e proseguono a piedi.

La storia racconta di uno sbarco, del rumore assordante delle bombe, cadaveri sventrati rigurgitati dalle onde, una massa d’acqua sanguinolenta, pioggia di piombo che sradica mani, piedi, gambe e braccia, cumuli inerti di vite spazzate via. Ora è solo silenzio. Un impercettibile strato d’erba ricopre buche profonde, strano lenzuolo posato su un corpo martoriato dalla follia umana.

Verso sera tornano al camper e preparano la cena. La politica entra velocemente nei loro discorsi. Le voci si accavallano furiose, ansiose di farsi sentire. Gli argomenti scorrono incessanti, senza filo logico. P., come al solito, prova a mettere ordine; V. parla di montagna; ma che cazzo c’entra la montagna?, chiede A.; M. ride, finisce la birra e rutta felice. P. ha un moto d’orgoglio, e rutta più forte.

Scorre veloce le immagini dei giorni successivi e intanto pensa che un viaggio così non l’hanno più fatto. Dopo è stato troppo tardi, davvero. Resta intatto il calore di quei momenti, come fuochi di un accampamento abbandonato da poco. Ogni tanto soffia sulla brace, per non sentire troppo freddo.

Senza accorgersene è arrivato sotto casa di lei. Tra poco scenderà. Deve trovare qualcosa di brillante da dirle. La luce dei lampioni illumina impietosa i suoi calzini, che spuntano beffardi da sotto i pantaloni: non aveva mai visto due blu così diversi.

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