Alberoni

C’è stato un tempo in cui Alberoni non scriveva sulla prima pagina del Corriere. Era il tempo in cui A. aspettava con ansia il Natale e invidiava i Grandi che stavano alzati fino a tardi. C’era una casa gialla in collina e una bici lanciata a folle velocità su una strada sterrata, occhi sgranati su un orizzonte di ulivi. Era il tempo in cui contava gli alberi addobbati e le lucciole nei campi. C’era un camino che riscaldava una grande sala, di fronte un divano e due poltrone, un po’ più in là una lunga cassapanca di legno su cui era stato appoggiato un vecchio televisore e qualche libro ingiallito. Ai lati del camino due porte finestre e fuori una terrazza affacciata su una valle che di notte scompariva in un mare di nero. Di quella casa ricorda tutto: le luci basse che illuminavano il vialetto d’accesso, il cancello storto che si chiudeva solo con la catena, l’odore della carne alla brace, la sensazione dei piedi nudi sul pavimento ruvido.

Qualche tempo fa c’è tornato, in quella casa. Il cancello è chiuso, a chiave. Di fronte alla porta d’ingresso una macchina con la targa straniera, sulla terrazza un ombrellone a fiori, due sdraio e un tavolino di plastica. In fondo, una piscina gonfiabile azzurra e qualche bracciolo sparso per terra. Dalle finestre aperte solo pochi particolari dell’interno, ma un po’ più in là gli pare di scorgere una cyclette e un televisore al plasma. Rimane qualche minuto fermo, le mani appoggiate al cancello e gli occhi fissi sul vialetto. Un paio di graziosi nanetti da giardino ricambiano lo sguardo, giulivi. Poi si allontana, lentamente. Cerca nei jeans il pacchetto di sigarette e l’accendino, sale in macchina e abbassa il finestrino. Sul sedile vuoto accanto al suo ha appoggiato il Corriere: oggi è lunedì, pensa, c’è Alberoni in prima pagina.

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