Stavo pensando

Stavo pensando di farlo scappare. Che ne so, qualcosa del tipo: A. spegne il cellulare, il messaggio che stava scrivendo esiliato nella cartella bozze, in compagnia di un’altra dozzina di proposte abortite, inviti senza invio. Una manciata di passeggiate solitarie mentre si domanda che cosa gli impedisca di risentirla, vagonate di sigarette in qualche posto dimenticato da dio e due o tre patetici discorsi sul senso della solitudine o, in ambiziosa alternativa, sul senso della vita. Cazzo, sì, la malinconia è davvero una tentazione irresistibile, anche da raccontare. E poi avrebbe avuto una vagonata di ragioni: per scappare, intendo. A., nella mia testa, c’ha un equilibrio da preservare, una pletora di donne da scopare, un lavoro da sbranare a colpi di ambizione e svariati litri di birra da bere per i cazzi suoi senza che nessuno gli rompa i coglioni.

Ma alla fine ho cambiato idea. A., qualche sera fa, quando è uscito dalla discoteca barcollava, ubriaco di musica e long island. Ha salutato qualche faccia sfuocata ed è salito in macchina. Prima di tornare a casa ha riacceso il cellulare e le ha scritto. Il testo del messaggio non se lo ricorda, e forse è meglio così. Però, io che gliel’ho fatto mandare, so che ha sbagliato un congiuntivo, e poi l’ha invitata a cena. Ah, lei accetterà: non mi sembrava il caso di fargli incontrare una figa di legno.

Qualcuno ha detto che ci vogliono i coglioni per prenderla nel culo. Io credo che per la felicità sia più o meno la stessa cosa.

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Messa

La musica assordante esplode nel cervello, miliardi di bit lanciati a folle velocità spazzano via pensieri che non oppongono resistenza. Nessuna nota, solo urla di suoni che sono materia, sventagliate assordanti che squassano il corpo. Chiude gli occhi e si lascia trascinare, le luci s’infrangono sul nero delle palpebre e minuscoli frammenti di flash invadono lo spazio cieco. I piedi si trascinano sul pavimento appiccicoso, e l’aria è un misto di sudore, gel e profumi sintetici. Nella sala si muovono frenetiche centinaia di braccia, le  mani stringono cocktail, borsette traslucide e sigarette clandestine. Le donne hanno sguardi animaleschi che promettono ciò che non daranno a uomini troppo arrapati per non farsi trarre in inganno. È il teatro dell’assurdo di una notte che gli concede quello che vuole: un generoso armistizio, l’illusione di una tregua prima di ricominciare. Un po’ come la messa della domenica per il Gregge che Crede. Ma meglio.