L’ultimo giorno d’estate

Quel giorno il vento soffiava forte, avevano dovuto chiudere l’ombrellone perché non volasse via, piccole bandiere rosse s’agitavano furiose aggrappate ad alti pennoni gialli, le onde s’infrangevano di schiuma allungando la linea scura del bagnasciuga, mentre l’urlo dei fischietti riempiva a intermittenza l’aria e mulinelli di sabbia s’attaccavano alla pelle ancora umida dell’ultimo bagno. Lame di luce filtravano da spesse nubi nere, il mare era un’immensa tavola argentata.

In piedi sulla passerella osservava i suoi genitori mentre raccoglievano in fretta giornali e asciugamani appoggiati su due sdraio di stoffa verde e bianca, tra poco sarebbe piovuto e bisognava ancora farsi la doccia e sgombrare la cabina delle ultime cose. Sua madre infilava tutto in una grande borsa di vimini, mentre suo padre provava ad abbottonarsi con una mano sola la camicia, l’altra occupata a tenere il telefono appoggiato all’orecchio, le labbra contratte in una smorfia di disappunto.

Le prime gocce erano scese come pugni d’acqua, grumi di pioggia che esplodevano al contatto con la sabbia, i capelli, la fronte, il corpo tutto, il richiamo di sua madre un’eco lontana, e tutt’intorno i passi rapidi di chi cercava riparo sotto le cabine, un bambino aveva raccolto un pallone e correva stringendolo tra le braccia, un lampo bianco aveva squarciato il nero all’orizzonte, pochi secondi e il rumore assordante di un tuono aveva scosso il mare e avvolto la spiaggia, e i suoi piedi piantati nel legno.

Più tardi A. avrebbe raggiunto i suoi genitori, si sarebbe fatto una doccia, poi in macchina e quindi a casa a preparare le valigie. Prima di partire sua madre gli avrebbe detto che il giorno dopo papà non avrebbe dormito a casa. In viaggio verso Milano la radio avrebbe occupato lo spazio lasciato vuoto da parole ormai dette.

E qualche anno dopo si sarebbe sorpreso a ripensare a quel giorno, quando il vento aveva soffiato forte, portandosi via l’ultimo giorno d’estate.

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Quella cena per salutare tutti

Un’ultima birra?, Mi sembra giusto.

S. scompare per pochi secondi e torna con due Moretti ghiacciate e un pacchetto di Camel light. Si siedono uno di fronte all’altro nel terrazzino della camera da letto-soggiorno-sala da pranzo, stappano le bottiglie, un brindisi muto e due sigarette accese. Stanno qualche istante in silenzio, il vento agita un sacchetto vuoto appoggiato per terra, in cielo poche stelle e qualche nuvola rischiarata dalla luna, stasera piena e luminosa.

Ci metterò tre giorni a mettere tutto a posto, Bé, un buon modo per chiudere la tua avventura milanese, no?, Già, Magari la prossima volta evita d’infilare venti persone in trenta metri quadri, Hai ragione: e tu magari la prossima volta fatti venire in mente prima questi suggerimenti brillanti, Ma io confidavo nella tua intelligenza, giuro che non lo faccio più, Ho l’impressione che mi stai prendendo per il culo, Che mi stia prendendo per il culo, Ma va’ a cagare.

Le finestre che affacciano sul cortile sono buie da un pezzo, resistono solo un paio di televisori accesi e una abat-jour appoggiata sul comodino di una camera da letto che illumina un cuscino e delle lenzuola sfatte. Da lontano arrivano le urla strozzate di una coppia che sta litigando, una porta sbatte con violenza, rumore di passi sulle scale, poi di nuovo silenzio. A. gioca con l’accendino, S. appoggia la birra accanto al posacenere. Stanno pensando la stessa cosa.

Neanche un mese fa S. ha ricevuto una telefonata, gli hanno fissato un colloquio, tre giorni dopo era in macchina, quattrocento chilometri di strada, una chiacchierata di un’ora, una buona proposta, Datemi un paio di giorni per pensarci, e poi mille telefonate, i consigli degli amici, la paura di una scelta che in realtà aveva già preso da tempo, il contratto che non arriva, le dimissioni, una casa da trovare, i giorni che passano veloci, troppo veloci. E, alla fine, quella cena per salutare tutti.

Ho paura, Dovresti essere felice, Non vorrei accorgermi all’improvviso di aver sbagliato tutto, In effetti potrebbe succedere, Grazie, era proprio quello che volevo sentirmi dire, Hai fatto una scelta, e magari te la prenderai nel culo, non ne ho idea, ma ti stai muovendo e prenderla nel culo in movimento fa meno male che da fermo, Amo quando ti perdi nei meandri del pensiero filosofico, Mi mancherai, Quattrocento chilometri non sono poi così tanti, Mi mancherai. Anche tu.

Alberoni

C’è stato un tempo in cui Alberoni non scriveva sulla prima pagina del Corriere. Era il tempo in cui A. aspettava con ansia il Natale e invidiava i Grandi che stavano alzati fino a tardi. C’era una casa gialla in collina e una bici lanciata a folle velocità su una strada sterrata, occhi sgranati su un orizzonte di ulivi. Era il tempo in cui contava gli alberi addobbati e le lucciole nei campi. C’era un camino che riscaldava una grande sala, di fronte un divano e due poltrone, un po’ più in là una lunga cassapanca di legno su cui era stato appoggiato un vecchio televisore e qualche libro ingiallito. Ai lati del camino due porte finestre e fuori una terrazza affacciata su una valle che di notte scompariva in un mare di nero. Di quella casa ricorda tutto: le luci basse che illuminavano il vialetto d’accesso, il cancello storto che si chiudeva solo con la catena, l’odore della carne alla brace, la sensazione dei piedi nudi sul pavimento ruvido.

Qualche tempo fa c’è tornato, in quella casa. Il cancello è chiuso, a chiave. Di fronte alla porta d’ingresso una macchina con la targa straniera, sulla terrazza un ombrellone a fiori, due sdraio e un tavolino di plastica. In fondo, una piscina gonfiabile azzurra e qualche bracciolo sparso per terra. Dalle finestre aperte solo pochi particolari dell’interno, ma un po’ più in là gli pare di scorgere una cyclette e un televisore al plasma. Rimane qualche minuto fermo, le mani appoggiate al cancello e gli occhi fissi sul vialetto. Un paio di graziosi nanetti da giardino ricambiano lo sguardo, giulivi. Poi si allontana, lentamente. Cerca nei jeans il pacchetto di sigarette e l’accendino, sale in macchina e abbassa il finestrino. Sul sedile vuoto accanto al suo ha appoggiato il Corriere: oggi è lunedì, pensa, c’è Alberoni in prima pagina.

Sbarchi

Quel viaggio gli è rimasto addosso. Chissà perché gli viene in mente ora, a distanza di anni. Era la prima volta che partivano loro quattro, da soli. Sembra incredibile, ora che ci pensa: avevano sempre condiviso tutto, ma il tempo per una vacanza insieme non c’era mai stato. Dobbiamo farlo ora, prima che sia troppo tardi, si erano detti qualche giorno prima. E in poche ore avevano trovato un camper e una destinazione.

La partenza è una foto che riguarda spesso. Corpi pallidi e vestiti improbabili, stretti in un abbraccio che li racconta da sempre. Hanno fretta di partire, i saluti si esauriscono in fretta, poi è una notte di autostrade, discorsi e sonni veloci. All’alba sono a Nord, in una terra che ha colori sfumati da una luce accecante. Gli occhi socchiusi trasformano l’orizzonte in una linea sottile. Dai finestrini abbassati entra un’aria gelida.

La strada segue stretta il verde ondulato dei prati, interrotto qua e là da piccole case con tetti appuntiti. Da qualche minuto hanno smesso di parlare. Il mare li coglie all’improvviso, maestosa coperta grigia che s’infrange su spiagge verticali, e si perde all’infinito, verso un cielo che, qui, è più alto che altrove. Lasciano il camper in un anonimo parcheggio e proseguono a piedi.

La storia racconta di uno sbarco, del rumore assordante delle bombe, cadaveri sventrati rigurgitati dalle onde, una massa d’acqua sanguinolenta, pioggia di piombo che sradica mani, piedi, gambe e braccia, cumuli inerti di vite spazzate via. Ora è solo silenzio. Un impercettibile strato d’erba ricopre buche profonde, strano lenzuolo posato su un corpo martoriato dalla follia umana.

Verso sera tornano al camper e preparano la cena. La politica entra velocemente nei loro discorsi. Le voci si accavallano furiose, ansiose di farsi sentire. Gli argomenti scorrono incessanti, senza filo logico. P., come al solito, prova a mettere ordine; V. parla di montagna; ma che cazzo c’entra la montagna?, chiede A.; M. ride, finisce la birra e rutta felice. P. ha un moto d’orgoglio, e rutta più forte.

Scorre veloce le immagini dei giorni successivi e intanto pensa che un viaggio così non l’hanno più fatto. Dopo è stato troppo tardi, davvero. Resta intatto il calore di quei momenti, come fuochi di un accampamento abbandonato da poco. Ogni tanto soffia sulla brace, per non sentire troppo freddo.

Senza accorgersene è arrivato sotto casa di lei. Tra poco scenderà. Deve trovare qualcosa di brillante da dirle. La luce dei lampioni illumina impietosa i suoi calzini, che spuntano beffardi da sotto i pantaloni: non aveva mai visto due blu così diversi.

distanze

M. stappa un’altra bottiglia. I bicchieri attendono pazienti di essere riempiti. Non hanno fretta. Stanotte il tempo non conta. A. accende l’ennesima sigaretta, e non sarà l’ultima della serata. Le parole tornano a riempire la stanza senza alcuna direzione. Ogni tanto catturano qualche ricordo lontano e lo gettano sulla tavola. Un tempo non avevano discorsi senza destinazione: il mondo li guardava, si aspettava qualcosa da loro. La verità non poteva aspettare, dovevano sfruttare ogni momento per trovarla. Questo pensavano.

Ora colmano le distanze. Ci sono vuoti che pretendono racconti. M. non torna spesso a Milano. V. presto avrà un figlio. P. si è candidato. A. non capisce bene, ma la cosa non gli dispiace. Il cinismo delle risate li protegge dai pensieri più scomodi e il sapore caldo del vino fa il resto. Le cose non sono andate come si aspettavano, ma forse è troppo presto per tirare le somme. Ci hanno incatenato alle nostre ambizioni, pensa A., come se la vita nascondesse soluzioni che solo noi possiamo trovare.

Andranno avanti a parlare ancora per ore. Spingeranno il momento dei saluti sempre più in là. Forse non se lo diranno, ma sono felici di ritrovarsi. È la felicità di un momento, certo. Ma hanno imparato ad accontentarsi. Forse.