Altrove

Quando risponde è altrove. Seduto a un tavolino di un bar, in compagnia di una grappa e di qualche vecchio che gioca a carte. C’è anche Emilio Libonati, con la sua dozzina di inverni. La piazza è in cima a una strada che scende ripida verso una chiesa gotica, chiazza bianca in un mare di nero. Deve smettere di fumare, ha biascicato mentre si arrampicava sui ciottoli della sua ultima destinazione.

“Ok per domenica. Dove ci vediamo?”.

L’ha conosciuta per caso, qualche giorno fa. Quando è entrato come al solito non sapeva che cosa avrebbe comprato, ma tra i libri si è sempre perso volentieri. Le copertine rigide gli stanno in culo, è il pensiero non troppo articolato che si è frantumato all’improvviso quando l’ha vista. Occhi verdi e capelli castani, direbbe la carta d’identità. Gran belle tette, aggiungerebbe un suo amico, poeta.

Stavolta non è arrivato neanche a due, e le ha parlato. Voce incerta e frasi banali sono stati il suo biglietto da visita, e lei che lo fissava. Ha provato a rifugiarsi in discorsi già fatti, strade sicure che ha percorso mille volte, ma lei continuava a stanarlo. Il tempo si è distratto per un po’, divertito da quei due strani individui che si studiavano da lontano. Quando si sono salutati le ha chiesto il numero di telefono. Poi le ha scritto.

Ora osserva il cellulare. Domenica è un bel giorno per rivedersi, pensa. Ferma la cameriera e chiede il conto. Fattura, grazie: quando è in trasferta per lavoro il pensiero del rimborso rende più dolce il sapore dei piaceri che si concede. Risponderà più tardi. Senza accorgersene ha preso una sigaretta dal pacchetto mezzo vuoto. La strada del ritorno è in discesa: per smettere di fumare c’è sempre tempo.

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prima di fumare

Steso sul letto di nessuno si guarda attorno e non vede nulla. Schiere di libri e un vecchio televisore spento sono il bianco e nero di un orizzonte che ha pochi colori. Voci sbiadite e una normalità a pochi metri. Gioca con la mente e vorrebbe fumare. Una Marlboro tra le mani e l’idea della nicotina, ma muoversi è un rischio. Qualcosa si spezza. La solitudine va comunicata, pensa. Per chi sta recitando, ora?

Kafka legge a Takamatsu, Woland parla di Gesù e Bateman ha vestiti troppo sporchi di sangue per un aperitivo sulla Fifth Avenue. Lui non si muove. Poco male, nessuno lo sta leggendo. La vetrata di Phillies racconta di un vestito rosso e sgabelli vuoti. Gli uomini portano il cappello, strani sonnambuli in una notte luminosa. La solitudine ha i suoi luoghi, pensa. Lui, però, non li ha ancora trovati.

Aue spara a un ebreo, ma pensa che ha fame. L’orrore si spegne nella quotidianità. Non c’è equilibrio nel passare dei giorni. Niente Marlboro, per ora, ma prima o poi una lavatrice va fatta. La scrivania va riordinata e la giacca stesa sulla sedia così si rovina. Un paio di calzini blu giace sul divano. C’è tempo per tutto, pensa. Ora, però, no. Grazie. Per la banalità non c’è spazio nella pagina di quest’istante.

Ma lui non sta in nessun libro. I suoi momenti non hanno lettori. Non basta svegliarsi per non avere sogni. E la sveglia non scaccia gli incubi. Chiude il libro e lo appoggia sul comodino. Sta per muoversi. Vorrebbe correre ma sa che, prima, deve tornare a camminare. I primi passi sono lenti e fanno male. I calzini sono sorpresi: un bagno stanotte proprio non se l’aspettavano.