Aveva un vestito color panna

L’auto con le quattro frecce sulle strisce pedonali, il via vai della gente sotto il portico di un teatro, uomini in giacca e cravatta impugnano ventiquattrore di pelle nera, luci calde illuminano dal basso un palazzo austero sul lato lungo della piazza, rumore di tacchi sull’acciottolato, l’ingresso di una galleria, lo sguardo di Leonardo sui passanti, un vecchio tram, le pellicce bianche di due signore in attesa di qualcosa, il flash di una macchina fotografica, le indicazioni di un vigile a una coppia straniera, un semaforo rosso.

Uno sguardo al cellulare e un altro ancora gioca con le monete nella tasca del cappotto stamattina è crollato il prezzo del piombo cazzo c’avranno da ridere i filippini? le aveva scritto ci vediamo sotto il portico inutile chiamarla avrei potuto lavare la macchina nessuno gli ha mai spiegato dove infilare le mani se le tieni dietro la schiena sembri vecchio se stanno in tasca sudano e poi non puoi mica asciugarle prima di salutare e il saluto appunto ecco l’altro problema come si saluta in questi casi? JP Morgan accetta i lingotti d’oro come collateral ora il semaforo è verde.

Aveva un vestito color panna, ma l’avrebbe notata comunque.

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Il buono dei Salotti

A. conosce T. da molti anni, da quando giocavano a pallavolo insieme. Ultimamente si erano persi di vista, ma settimana scorsa si sono reincontrati per caso in un locale. Il tempo di una birra, breve aggiornamento sulle rispettive vite: Dobbiamo assolutamente organizzare una cena una di queste sere, Assolutamente, Potremmo fare già settimana prossima, Sì mi sembra una buona idea, Dimmi tu quando, Di preciso così su due piedi non saprei ecco ora come ora.., Senti che fai domenica a pranzo?, Dormo, Ah, Ma è un programma flessibile cioè non è che dormo sempre, Ah ecco bene: e allora perché non passi a casa mia che c’è il compleanno di mio padre, Non mi sembra il caso non vedo i tuoi da tanti anni e poi immagino vorrete stare in famiglia, Mavvà lo sai che i miei amano avere gente intorno e poi sono sicuro che gli farà piacere, Mmm: ok, Ti ricordi dove abito?, Sì più o meno: zona Brera giusto?, Grande allora ci vediamo domenica, Ottimo.

Pedala veloce tra le strade deserte di Milano, per terra tappeti di foglie gialle e grosse pozzanghere, qualche automobile procede lenta in mezzo alla carreggiata, la luce fredda del sole rischiara il cemento ancora umido, nell’aria l’odore della pioggia appena caduta. Si lascia alle spalle i maestosi palazzi di Corso Venezia, scivola sul pavé di via Palestro, pochi attimi e la strada si apre su una piazza, sulla sinistra un antico dazio romano, le vetrine dei negozi che sfilano rapide poi ancora pavé, un paio di semafori e quindi una chiesa. Svolta a sinistra in una piccola strada chiusa al traffico e s’infila in un dedalo di vie sempre più strette, le ruote rimbalzano sull’acciottolato, sparuti clienti siedono ai tavolini dei pochi bar aperti. Si ferma di fronte a una casa più bassa delle altre, lega la bicicletta a un palo e s’avvicina a un grande portone di legno antico. Citofona.

La sai la strada?, Allora, entri, superi il cortile interno, la prima porta sulla sinistra, secondo piano.

Una giovane cameriera di colore lo accoglie all’ingresso, lo aiuta a togliersi il cappotto e lo accompagna lungo un corridoio, alle pareti un paio di appliques di stoffa color crema e qualche foto di famiglia. Appena prima che il corridoio finisca la cameriera si gira e gli sorride, invitandolo silenziosamente a proseguire da solo. A. sorride a sua volta, la ringrazia sotto voce, e dopo pochi passi si trova sotto un arco. Davanti a sé si apre un’immensa sala: il soffitto alto con travi di legno a vista dipinte di bianco moltiplica la sensazione di spazio che si percepisce al primo sguardo, dalle due finestre che occupano quasi per intero la parete sinistra penetra compatta una massa di luce che si riversa nella stanza, illuminando l’elegante parquet, una grande libreria e una tavola rotonda, sulla quale sono state appoggiate alcune bottiglie di vino, numerosi bicchieri e vassoi pieni di tartine, brioches salate e pietanze d’ogni genere.

Ci sono libri dappertutto: impilati su comodini, sparsi qua e là per terra, ordinati sulla libreria, appoggiati sui davanzali delle finestre. Una rapida occhiata e scorge una biografia di Lenin, un’altra di Togliatti, una copia sgualcita del Manifesto, alcuni volumi sulla storia dell’Unione Sovietica, due o tre saggi sulla rivoluzione cinese. Perso com’è nella contemplazione dei libri, per un momento non s’accorge che qualcuno lo sta chiamando. Un ragazzo sulla trentina, pantaloni di velluto marrone a coste e dolcevita verde scuro, si avvicina e gli batte un paio di volte la mano sulla spalla: Non avrai mica intenzione di passare tutta la giornata a guardare la libreria, vero?

T. abbraccia A.

Cazzo Grande lo sapevo che saresti venuto!, Bé ma te l’avevo detto che sarei passato, Sì ma con te non si sa mai, Senti tuo padre dov’è che almeno lo saluto e gli faccio gli auguri?, Dev’essere qua in giro a fare pabblic relèscion: sai com’è fatto, adora discutere con tutti, e poi quando inizia a parlare di politica non riesce più a fermarsi, comunque vieni che ti presento un po’ di gente, No dai davvero non è necessario, Insisto: dai cazzo non farti sempre pregare e poi son vecchi è vero ma qualcuno simpatico c’è, E se prima mangiassi qualcosa?

T. prende A. sotto braccio, lo trascina in mezzo alla sala e punta deciso un gruppo di persone che sta conversando poco più in là: un uomo sulla cinquantina con la barba e gli occhiali dalla montatura viola e rotonda gesticola animatamente rivolgendosi a due signore che avranno più o meno la sua stessa età e a un altro uomo che invece dimostra qualche anno di meno. Non è chiaro di cosa stiano parlando, ma le argomentazioni dell’uomo barbuto evidentemente convincono la ristretta platea, che infatti annuisce all’unisono condividendo espressioni che vanno dall’indignazione montante al sottile sarcasmo.

Scusate se vi interrompo, ma vorrei presentarvi un mio caro amico che non vedevo da tanti anni, Oh finalmente un po’ di sana gioventù in mezzo a questo crocicchio di cariatidi, [Ridono], Allora approfittiamo della presenza di questo giovanotto per sapere un po’ cosa pensa dell’ennesima schifezza che ci ha propinato questo governo cattofascista, Ehm, Bé avrai sentito dell’ultimo provvedimento che hanno emanato giusto l’altro ieri, no?, In effetti no, [Sconcerto], Hanno cancellato i fondi destinati a finanziare la ricerca sul teatro, ti rendi conto?, La ricerca sul teatro?, [Perplessità], La ricerca sul teatro, certo: da anni alcune università italiane hanno promosso la ricerca sulle avanguardie teatrali post moderne con il fine precipuo di dare nuova linfa alla produzione artistica dei giovani emergenti, Ah, Ma non capisci?: il teatro costituisce un momento di catarsi essenziale per l’individuo, che gli consente di proiettare il suo Essere ben oltre le volgari contingenze di una vita dedicata esclusivamente al barbaro soddisfacimento di attività superflue, come mangiare, riprodursi, lavorare, Eh sì certo, [Sorridono condiscendenti], Sei giovane e ti scusiamo per questo: ma un giorno capirai, ne sono certo, c’è in gioco la nostra libertà, la nostra dignità di Uomini.

Eh già.

Questa Milano

A un certo punto qualcuno schiaccia l’interruttore e tutto svanisce. La Milano delle auto in doppia fila, delle vecchie rancorose, dei commessi teste di cazzo, dei professionisti dell’arroganza, dei biglietti da visita patinati, del che lavoro fai, del cattivo esempio senza buoni consigli, dei magnaccia e delle loro puttane, dell’appartamento in centro e dei negri in periferia, della tolleranza zero, delle narici spaccate, del locale trendy e della feccia dandy, del Triangolo della Moda, dei nazi-fighetti, dei Che Guevara in doppio petto, dei salotti bene, dei preti progressisti, dei nani palazzinari, del contagio CiEllino, dei terroni leghisti, delle fighe di legno, dei Ciao Grandissimo!, della selezione all’ingresso, dell’aperitivo in Corso Como.

Ecco, questa Milano, all’improvviso torna nelle sue fogne e si addormenta, poche ore di quiete illuminate a intermittenza dall’arancione di semafori sornioni e dal giallo sbiadito delle poche finestre ancora sveglie.

Fasci di luce bianca investono dal basso la basilica di Sant’Ambrogio, mentre s’infila in un dedalo di strade minuscole e vecchi palazzi in letargo. Un paio di monete picchiettano nel posacenere, scosse dalle vibrazioni della macchina, che sfreccia veloce sul pavé sconnesso. Sbuca su un grande viale di cemento, ingrana la terza e spinge il motore al massimo. Ha fretta di arrivare, dove nessuno lo aspetta.

Lascia la macchina su un passo carraio e si siede sui gradini del suo vecchio Liceo. Un anonimo scrittore lo informa che la Bea è piuttosto zoccola. Pare che anche la mamma di Mario sia spesso disponibile, dietro adeguato compenso. Francy & Paolo, invece, dal 6 novembre 2009 si amano per sempre. Quanto meno fino a quando Paolo non incontrerà Bea.

Prende nota, e pensa che quel bacio non l’aveva messo in conto. Con lei ha smesso di contare, a quanto pare. Si sorprende a chiedersi chi abbia preso l’iniziativa. La felicità è fatta anche di domande grottesche. La birra ghiacciata gli congela le mani, lunghe sorsate se la portano via velocemente.

Guitar George conosce tutti gli accordi, e mentre suona una campana un uomo si mette davanti al microfono e annuncia “Grazie, buonanotte, ora è tempo di tornare a casa”.