Quella cena per salutare tutti

Un’ultima birra?, Mi sembra giusto.

S. scompare per pochi secondi e torna con due Moretti ghiacciate e un pacchetto di Camel light. Si siedono uno di fronte all’altro nel terrazzino della camera da letto-soggiorno-sala da pranzo, stappano le bottiglie, un brindisi muto e due sigarette accese. Stanno qualche istante in silenzio, il vento agita un sacchetto vuoto appoggiato per terra, in cielo poche stelle e qualche nuvola rischiarata dalla luna, stasera piena e luminosa.

Ci metterò tre giorni a mettere tutto a posto, Bé, un buon modo per chiudere la tua avventura milanese, no?, Già, Magari la prossima volta evita d’infilare venti persone in trenta metri quadri, Hai ragione: e tu magari la prossima volta fatti venire in mente prima questi suggerimenti brillanti, Ma io confidavo nella tua intelligenza, giuro che non lo faccio più, Ho l’impressione che mi stai prendendo per il culo, Che mi stia prendendo per il culo, Ma va’ a cagare.

Le finestre che affacciano sul cortile sono buie da un pezzo, resistono solo un paio di televisori accesi e una abat-jour appoggiata sul comodino di una camera da letto che illumina un cuscino e delle lenzuola sfatte. Da lontano arrivano le urla strozzate di una coppia che sta litigando, una porta sbatte con violenza, rumore di passi sulle scale, poi di nuovo silenzio. A. gioca con l’accendino, S. appoggia la birra accanto al posacenere. Stanno pensando la stessa cosa.

Neanche un mese fa S. ha ricevuto una telefonata, gli hanno fissato un colloquio, tre giorni dopo era in macchina, quattrocento chilometri di strada, una chiacchierata di un’ora, una buona proposta, Datemi un paio di giorni per pensarci, e poi mille telefonate, i consigli degli amici, la paura di una scelta che in realtà aveva già preso da tempo, il contratto che non arriva, le dimissioni, una casa da trovare, i giorni che passano veloci, troppo veloci. E, alla fine, quella cena per salutare tutti.

Ho paura, Dovresti essere felice, Non vorrei accorgermi all’improvviso di aver sbagliato tutto, In effetti potrebbe succedere, Grazie, era proprio quello che volevo sentirmi dire, Hai fatto una scelta, e magari te la prenderai nel culo, non ne ho idea, ma ti stai muovendo e prenderla nel culo in movimento fa meno male che da fermo, Amo quando ti perdi nei meandri del pensiero filosofico, Mi mancherai, Quattrocento chilometri non sono poi così tanti, Mi mancherai. Anche tu.

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Tempo di tornare a casa

Prende una sedia dallo sgabuzzino e la trascina nel terrazzo che si affaccia sulla corte interna di casa. Più in alto, le linee spesse dei cornicioni ritagliano un quadrato d’azzurro intenso, e un misto di luce e polvere si posa sornione su due grandi vasi di coccio e un tavolo di legno scuro, lasciando il resto in penombra.

I bagagli sono appoggiati allo stipite della porta d’ingresso e come al solito sembrano molto più ingombranti di quand’era arrivato, un pomeriggio afoso dell’estate scorsa. Lì dentro c’è quasi tutta la sua vita: un’intera esistenza infilata in un paio di valigie e uno zaino. Dovrà fare almeno due viaggi, per riuscire a caricare tutto in macchina.

Ha staccato il frigorifero, chiuso le persiane e svuotato una mezza dozzina di posaceneri sparsi per la casa: ne ha trovato uno in bagno, che cazzo ci facesse lì non gli è ancora chiaro. Guarda distratto l’orologio e, per la prima volta dopo tanto tempo, può disinteressarsi dello scorrere inesorabile delle lancette.

M. si siede e pensa, con uno strano sorriso, che agli addii non ci si abitua mai. Anche quest’anno ha dovuto trasformare con pazienza facce sconosciute in visi familiari, con la tenacia di chi sa vivere il provvisorio senza indifferenza.

In quella piccola città che, più di altre, custodisce gelosa le sue tradizioni e rifiuta altezzosa tutto ciò che è altro da lei, non s’è accontentato di una fragile sopravvivenza, conquistandosi con fatica i suoi luoghi e i suoi momenti.

E mentre riassapora il gusto un po’ amaro dell’ennesimo addio, s’accorge che questo strano lavoro che si è scelto, che ogni anno lo spinge verso posti più lontani, in fondo gli sta dando proprio quello che cercava: una buona ragione per tornare a casa.