Un esame, uno Stato

Postati in Uncategorized su dicembre 19, 2011 da alexanderhbell

I signori candidati sono invitati a prendere posto presso i rispettivi banchi, tra cinque minuti procederemo a dare lettura delle tracce

Quando gli altoparlanti sparsi per la sala diffondono l’annuncio del Presidente di Commissione il brusio di voci cessa all’improvviso e il gregge si sparpaglia rapido, centinaia di scarpe, stivali e tacchi che sgambettano verso isole di minuscole assi di compensato allineate una accanto all’altra a formare un orizzonte di legno sbiadito che s’allunga per decine di metri. Il rumore dei passi viene in parte assorbito dal pavimento grigio sul quale si riflette la luce bianca proiettata dai neon appesi al soffitto, tic toc che per il resto si perdono nello spazio sconfinato di una sala grande come due campi di calcio, alle cui estremità s’intuiscono porte finestre che affacciano su un mondo esterno che non è mai stato così lontano.

Provo ad allungare le gambe, ma i piedi sbattono contro i due trolley che ho legato al banco, la cui superficie abitabile è drasticamente ridotta da sei codici impilati uno sopra l’altro, dal più grande al più piccolo, quattro penne nere, una coppia di tappi per le orecchie giallo canarino, una busta verde, tre fogli protocollo, un sacchetto stracolmo di pocket coffee e un cartellino bianco che riporta nome cognome data di nascita e un numero che al momento contribuisce a definire la mia identità, e che finirà per sostituirla del tutto, garantendomi l’anonimato, quando verranno corretti i miei compiti. A Roma. Gli altri due anni furono Napoli e Bari: quanto meno stiamo risalendo lo stivale.

Mentre l’eco degli ultimi passi va spegnendosi, mi passa davanti un ragazzo zoppo, che saltella sulla gamba destra e si trascina la sinistra. Per un attimo ho l’impressione che stia tentando di colpire un pallone di testa. Pochi secondi dopo, ecco sfrecciare nella stessa direzione una ragazza in carrozzella, tallonata da una signora di mezza età senza un braccio. Stanno raggiungendo il settore disabili, una zona allestita appena dopo l’ingresso, che si distingue dalle altre perché c’è un po’ più di spazio tra i banchi e perché la gente, quando ci passa accanto, finisce spesso per toccarsi i coglioni.

Diamo lettura della traccia relativa all’atto giudiziario in materia di diritto civile

So già che farò l’atto di penale, quindi posso evitare di copiare questa traccia. Scarto un pocket coffee e mi guardo attorno. Molte facce le conosco, erano qui anche lo scorso dicembre. E pure quello prima. Dietro di me una ragazza comincia a piangere, non regge la tensione. Piangeva anche l’anno passato, mentre mi tirava la camicia chiedendomi di farle copiare non mi ricordo quale parere. Quando sono tornato a casa avevo tracce di rimmel sul collo. Il mio vicino di banco scrive veloce e nel frattempo biascica un paio di bestemmie: è al suo quarto tentativo, lavora in uno studio che si occupa di fallimenti, due anni fa aveva passato lo scritto ma l’hanno segato all’orale, gioca a calcetto tutti i mercoledì sera. Quando ci siamo conosciuti era fidanzato con una giornalista di Vanity Fair, due mesi fa si è sposato e tra pochi giorni diventerà padre. Si accorge che lo sto guardando, solleva per un attimo gli occhi dal foglio, mi sorride e mi sussurra un porcamadonna.

Tizia e Sempronio citano in giudizio l’impresa Gamma, esponendo di aver acquistato con preliminare e successivo contratto definitivo un appartamento destinato a civile abitazione e di aver versato alla parte venditrice la somma di euro 140.000 mentre il prezzo indicato nei suddetti atti era di 95.000

Accanto a me siede una bionda molto carina. Oggi ha le tette più grosse, soprattutto la destra, e sotto la stoffa del maglione s’intuiscono dei capezzoli dalla forma rettangolare. Chissà che sensazione si prova a leccare un bigino di civile, mi chiedo, e intanto un disgustoso sapore di caffè misto cioccolato m’invade la bocca, facendomi provare un’improvvisa voglia di vomitare. Un commissario passa davanti al mio banco, osservando con sguardo serio che tutto proceda regolarmente. Ogni tanto scuote la testa, come se assistesse a uno spettacolo deplorevole. Indossa un abito grigio di mezza taglia troppo grande, una camicia azzurra e una cravatta color pervinca. Per un attimo m’immagino di squartare il suo corpo con una sega elettrica e di disporne i pezzi con ordine sui vani di una libreria Billy dell’Ikea. Mi sento subito meglio.

L’impresa edile Gamma sostiene, per contro, l’esistenza di un precedente preliminare di compravendita che recava il prezzo effettivo di euro 140.000 e che i contratti successivi erano stati simulati indicandosi il minor prezzo di euro 95.000 e ritiene inoltre di poter fornire prova testimoniale di tale simulazione

Disegno un’ascia su uno dei fogli protocollo che ho davanti, e penso che nella vita avrei dovuto fare il tassista. I soldi per la licenza non so bene dove avrei potuto trovarli, ma almeno ora non sarei seduto qui, in mezzo a tutte queste facce brutte e mal curate. Girerei per la città ascoltando la radio e scambiando quattro chiacchiere con i clienti, avrei una moglie e due figli, un appartamento appena fuori la cerchia dei Navigli e un arbre magique al sapore di mango. Il sabato sera andrei al cinema con gli amici, qualche volta andrei a ballare, la domenica mattina farei l’amore, tornerei a letto e mi risveglierei appena prima dell’inizio delle partite. Il computer lo userei solo per aggiornare il mio status di facebook. E soprattutto non avrei idea di chi cazzo sono Tizio, Caio e Sempronio.

Il candidato, assunte le vesti di avvocato dell’impresa edile Gamma, rediga l’atto giudiziario più opportuno, illustrando gli istituti e le problematiche sottese alla fattispecie

Gli altoparlanti tacciono, e per un breve istante il tempo si ferma. Le quasi tre mila penne che sino a poco prima si muovevano senza sosta rimangono sospese nell’aria, i lineamenti dei volti congelati, gli occhi vitrei persi nel vuoto. Silenzio, e un pensiero comune: oh, cazzo. Poi tutto riprende vita, le mani s’allungano verso i codici, il rumore delle pagine sfogliate, voci che si scambiano rapide le prime impressioni sulla traccia. Il ragazzo sposato che aspetta un figlio s’infila guardingo una mano nelle mutande e ne estrae qualche foglietto stropicciato, e un paio di peli. Mi fa l’occhiolino, schiocca le labbra e mi punta l’indice della mano destra verso la faccia: quest’anno gliela mettiamo nel culo, a ‘sti bastardi.

(Esistono svariati motivi per disprezzare l’umanità. In fondo basterebbe dare un’occhiata a una Nissan Juke o a un testo a caso delle canzoni di Jovanotti per rendersi conto che buona parte degli esseri umani conduce un’esistenza inutile. A conti fatti, quindi, quest’esame non ha aggiunto nulla a ciò che già avrei potuto comprendere molto tempo prima, se solo mi fossi deciso a osservare più attentamente la realtà che mi circonda.  Ma io sono pigro, e il disprezzo è un sentimento sfiancante.)

Una mano mi batte due volte sulla spalla. Mi giro. Scusami, mi chiede un ragazzo stempiato e dal fisico palestrato, giudiziario si scrive con una zeta sola, giusto?

Una storia italiana.

Postati in Uncategorized su ottobre 24, 2011 da alexanderhbell

Paolo ha ventisette anni, una bella fidanzata e uno stage ambíto. Gratis, ma ambíto. Ha frequentato il liceo classico migliore della sua città, si è laureato a pieni voti in filosofia, ha fatto un master e vive da solo fin dai primi tempi dell’università. La casa in cui abita è appena fuori il centro, un po’ piccola, ma arredata con gusto. Era della nonna, morta pochi anni fa; conta di abitarci ancora per poco tempo, al lavoro è molto considerato, gli hanno detto che presto lo assumeranno con un “contrattino a progetto”, così potrà mettere da parte qualcosa e finalmente andare a vive con la sua bella fidanzata. Per ora i genitori gli danno una mano, qualche centinaio di euro ogni settimana. Ma ancora per poco. Paolo fa volontariato, un paio di volte al mese dà una mano in una comunità di recupero. All’inizio non è stato facile, si sentiva inadeguato, non riusciva a costruire alcun tipo di rapporto con quei ragazzi, così duri. Ora va meglio, e lui è contento. Gli piace l’idea di fare qualcosa di utile senza pretendere niente in cambio. Paolo gioca a calcio con gli amici il mercoledì sera, ama leggere, anche se da quando lavora non legge quanto vorrebbe, e s’interessa di politica. Non è iscritto ad alcun partito, ma gli piace tenersi informato. Paolo odia Berlusconi, pensa che in vent’anni di governo abbia portato l’Italia sul lastrico, sul piano culturale, ancor prima che su quello economico. Paolo si rende perfettamente conto che la colpa non è solo di Berlusconi, ma anche di chi in tutti questi anni l’ha votato. Paolo pensa che in Francia una cosa del genere non sarebbe mai successa, che da quelle parti il merito viene riconosciuto, non come qui dove dominano logiche clientelari e lobbistiche. Paolo pensa che anche la Chiesa ha le sue colpe, e con Chiesa intende il Vaticano, che non ha mai pagato un euro di Ici sugli immobili, e chissà quanti sacrifici si sarebbero potuti evitare se solo lo Stato avesse avuto il coraggio di pretendere ciò che gli spetta. Paolo è convinto che tra i cattolici ci sono un sacco di persone perbene, lui ne ha conosciuti tanti, e non solo laici, anche preti; purtroppo, però, il loro pensiero viene calpestato dalle decisioni che vengono prese da Chi sta più in alto, dalle Istituzioni, che in tutti questi anni hanno appoggiato Berlusconi, fingendo di non vedere la coltre di immoralità che avvolgeva la sua vita. Paolo pensa che la Sinistra si è dimostrata inadeguata in tutti questi anni, che non ha mai saputo creare una Vera Alternativa, che se avesse voluto una legge sul conflitto d’interessi avrebbe potuto farla, e invece i giochetti di D’Alema e compagnia bella hanno prevalso sugli interessi del Paese. Paolo pensa che Prodi è stato sottovalutato, lui almeno era una persona per bene. Paolo legge Repubblica. Paolo pensa che Repubblica è un giornale un po’ fazioso, ma che in questo momento non si può fare diversamente, perché la priorità, ora, è cacciare via Berlusconi. Paolo ha visto il video in cui Sarkozy ride di Berlusconi, e l’ha condiviso su facebook, perché meglio di tante parole dimostra i danni che questo personaggio ha provocato alla credibilità di questo Paese. Paolo è indignato. Paolo è indignato perché l’Italia lo delude profondamente. Paolo scende in piazza ogni volta che può, perché pensa che è arrivato il momento che ciascuno faccia sentire la propria voce. Paolo è indignato perché all’estero le cose non vanno così. Paolo è indignato perché ha studiato più di vent’anni della propria vita e ora è costretto a lavorare gratis. Paolo è indignato perché non ha i soldi per comprarsi la macchina, e quei soldi li ha dovuti chiedere ai suoi genitori. Paolo vorrebbe non dipendere più da sua mamma e suo papà. Paolo è indignato perché in Italia non si investe sui giovani.

Paolo, tra un paio d’anni, riceverà un’offerta di lavoro da un’importante società inglese, e si trasferirà a Londra. Guadagnerà da subito cinquemila sterline al mese, e vivrà in un appartamentino delizioso con un suo collega. Tornerà sempre meno spesso in Italia, e smetterà di leggere Repubblica. I suoi genitori, al telefono, gli racconteranno della gravissima crisi economica che nel frattempo avrà colpito il Paese, del dimezzamento degli stipendi agli statali, degli scontri in piazza tra la polizia e il sindacato, dell’inflazione alle stelle, dei giovani senza lavoro, del nuovo scandalo mazzette che travolgerà mezzo Parlamento, degli ultimi pentiti di mafia che racconteranno di accordi con politici e imprenditori per spartirsi gli appalti.

Paolo, di tutto ciò, se ne sbatterà i coglioni. E alla sera, fuori con i suoi amici inglesi, festeggerà il suo aumento di stipendio. Perché in fondo, con cinquemila e cinquecento sterline al mese, chi cazzo te lo fa fare d’indignarti?

L’Aringa.

Postati in Uncategorized su ottobre 7, 2011 da alexanderhbell

“Signor Giudice, esimi colleghi, buongiorno. Oggi dovrei discutere la posizione del mio assistito, il signor Polenghi, imputato in questo processo per il delitto di omicidio colposo. Com’è noto, il signor Polenghi è accusato, in qualità di direttore dello stabilimento Pegaso di Caronno Pertusella, di aver cagionato la morte del sig. Padovani, omettendo di adottare tutte le cautele necessarie ad evitare che quest’ultimo, dipendente della suddetta società Pegaso, la mattina del 5 maggio 2010 cadesse dall’impalcatura sulla quale, al momento del fatto per cui è processo, stava svolgendo la propria attività di operaio specializzato. Ebbene, ho trascorso gli ultimi giorni a esaminare approfonditamente le carte processuali. Ho letto la relazione scritta dal personale Asl il giorno dell’infausto evento, le consulenze tecniche preparate dagli esperti di parte e dal perito nominato da questo Tribunale, ho ripercorso i verbali dei diversi testimoni che sono stati ascoltati nel corso dell’istruttoria dibattimentale, mi sono confrontato più volte con i miei collaboratori, ho fatto riunioni con il cliente, e trascorso ore davanti al computer a cercare di mettere in fila tutti gli elementi che sono emersi in questo processo. Ieri sera, come d’abitudine, ho ripetuto un paio di volte ad alta voce la discussione che mi ero preparato. E, vi confesso, ero davvero soddisfatto. Sapevo di aver fatto un buon lavoro, avevo trovato argomenti difensivi convincenti, li avevo ordinati secondo un ordine logico che mi pareva, francamente, ineccepibile. Insomma, ero pronto a far crollare l’impianto accusatorio, a farlo implodere dall’interno, mettendone in luce gl’innumerevoli punti di debolezza che lo contraddistinguono. E ora, non dovrei fare altro che esporvi il mio intervento. Ma ho deciso di non farlo. Non si tratta di una sottile strategia processuale, di un colpo di scena studiato a tavolino per sparigliare le carte di questo processo. E non affaticatevi nel cercare il motivo di questa mia scelta, perché ve lo dirò io, se avrete la pazienza di ascoltarmi ancora pochi minuti. Ho deciso di non discutere, oggi, perché siete brutti. Tutti quanti. In un senso prettamente estetico, ci tengo a precisare. Siete davvero brutti. E siete pure inutili. Innanzitutto lei, signor Giudice. L’ho osservata spesso, in tutti questi mesi: lo sguardo impassibile nei confronti di chiunque parlasse, gli appunti su un quaderno che, però, chissà perché, non era mai lo stesso, le domande che rivolgeva di tanto in tanto, l’atteggiamento conciliante nei confronti degli avvocati che di volta in volta le chiedevano di spostare qualche giorno più in là l’udienza successiva, i severi rimbrotti che talvolta rivolgeva al pubblico ministero. Non mi vergogno a confessarle che per un attimo avevo creduto che si stesse davvero interessando a questo processo; che si stesse sforzando di comprendere seriamente come fossero andati i fatti. Insomma, che avesse deciso di fare il suo lavoro. Ma così non è. Non lo è mai stato, nemmeno per un minuto. E l’ho capito solo oggi, quando è entrato in aula, il fascicolo sotto braccio. Non saprei dirle come, ma l’ho capito. Le sono bastati pochi minuti, il giorno della prima udienza, e aveva già deciso. Lei ora penserà ch’io mi sia convinto che aveva già deciso di condannare il mio cliente. In realtà non è così. Io davvero non so cos’abbia in testa, e francamente m’interessa anche poco saperlo. Quello che però so, è che questo processo è stato completamente inutile. Che abbiamo buttato via il nostro tempo. Che HO buttato via il MIO tempo, che è quello che davvero conta. Perché del tempo dei miei colleghi non saprei che farmene. Anzi, a dire il vero, se mai mi regalassero il tempo dei miei colleghi, un’idea su come spenderlo ce l’avrei: lo getterei dalla stessa impalcatura dalla quale è caduto, sfracellandosi al suolo, il sig. Padovani. Perché in effetti, esimi colleghi, anche voi siete davvero brutti. Indossate dei gessati inguardabili, vi muovete con l’eleganza di un pescatore napoletano, nascondete l’Ipad in custodie D&G che pure Costantino Vitaliano si vergognerebbe a mostrare in pubblico. E dite solo cose inutili. Ciascuno col suo stile, certo. C’è chi sussurra al microfono discorsi incomprensibili, che non hanno neanche l’accenno di un filo logico, e un tono di voce talmente noioso che sarei disposto a guardarmi l’intera cinematografia di Nanni Moretti, pur di smettere di ascoltarlo. E poi c’è il borioso, solitamente un uomo di bassa statura, oserei dire nanesca, che cerca un riscatto dimensionale arrampicandosi sul palchetto e sbraitando parole d’indignazione nei confronti di un’accusa che suscita in lui “un senso di profondo sgomento, quasi di smarrimento”, e che quando torna a sedersi accanto ai suoi simili continua a scuotere per diversi minuti la testa, a certificare ulteriormente il profondo sdegno che prova nell’essere costretto a mettere in gioco la propria dignità professionale “in un agone tanto fatiscente”. E che dire di lei, signor pubblico ministero, e del suo stile informale, se così possiamo definire la scelta di presentarsi con la tuta e la maglietta del pigiama, che spuntano da sotto la toga, quasi volesse comunicarci che lei se ne sbatte delle convezioni sociali, che tanto sta sopra a tutto e tutti? E, infine, voi cancellieri: talmente brutti che non trovo neanche le parole per descrivervi. Siete brutti. Fisicamente brutti. E io, con le persone brutte, ho deciso che non ci parlo più.”

(Dopo aver finito di parlare, l’avvocato Gentilini si tolse la toga, la infilò in un sacchetto di tela del Carrefour, raccolse i suoi appunti, ed uscì dall’aula. La Camera di Consiglio durò appena mezzora. E con sguardo impassibile il Giudice lesse il dispositivo della sentenza, con il quale assolveva il sig. Polenghi dal reato ascrittogli)

Volevo dirti una cosa.

Postati in Uncategorized su settembre 11, 2011 da alexanderhbell

Si sveglia senza un motivo. Non ha sete, non gli scappa da pisciare, non ha voglia di una sigaretta, la gatta non sta cercando di mangiargli la copertina del libro appoggiato sul comodino, non ha neanche il principio di un’erezione. Semplicemente, si sveglia. Rimane immobile, con la guancia schiacciata contro il cuscino e gli occhi spalancati, solo le dita dei piedi si muovono, una dopo l’altra, quasi stessero inscenando un’ola. È sveglio, non c’è dubbio. E a questo punto meglio alzarsi, fare qualcosa. Scende dal letto, sgranchisce per qualche secondo le gambe e si dirige verso il bagno; accende la luce, alza l’asse del cesso, e aspetta di sentire lo scroscio della pipì. Silenzio. Poi si ricorda che non deve pisciare, riabbassa l’asse, spegne la luce e torna in corridoio. Sta per entrare in cucina, e all’improvviso si rende conto che, in effetti, c’era una cosa che doveva fare. Dev’essere per questo che si è svegliato. Entra nel ripostiglio accanto alla porta d’ingresso e da uno scaffale tira giù uno zaino da campeggio, quindi torna in camera e apre l’armadio. Facendo attenzione a non fare rumore, svuota uno a uno tutti i cassetti: prende mutande, calze, camicie, pantaloni, magliette, golf, e li piega ordinatamente nello zaino. Dà un’occhiata alla libreria, ma non può certo portarsi via ora, nel cuore della notte, tutti quei libri. Ne prende uno solo, gli altri tornerà a recuperarli in un altro momento. S’infila un paio di bermuda, una polo bianca e delle scarpe da tennis blu. È pronto. Solo allora guarda il letto, e quella sagoma appena accennata sotto le lenzuola. Sta dormendo profondamente, come al solito. Chissà che sogna. Ma forse lo sa.

All’incirca una settimana prima, mentre lei era sotto la doccia, aveva visto il suo cellulare sulla tavola della cucina. Non gli era mai capitato di controllarle il telefono, aveva sempre odiato quel genere di attenzioni morbose. Tanto qualcosa per cui incazzarsi lo trovi sempre, si diceva. Quel giorno, però, senza alcun motivo, se l’era ritrovato tra le mani, aveva aperto la cartella dei messaggi, e aveva scoperto di J. Quando lei era uscita dal bagno, bellissima nel suo accappatoio a nido d’ape e i capelli bagnati che le cadevano sulle spalle, le aveva sorriso.

In piedi davanti al letto, rimane a osservarla per l’ultima volta. Poi si gira, ed esce.

La mattina, quando lei si sveglierà, troverà i cassetti dell’armadio ancora aperti. E sulla scrivania un biglietto. “Ciao amore mio. E vaffanculo.”

 

(c’è dell’eleganza, in certi vaffanculo)

Eleganza

Postati in Uncategorized su settembre 8, 2011 da alexanderhbell

All’improvviso si alza dalla sedia, appoggia le mani sul tavolo, e rimane fermo. Sente su di sé gli sguardi perplessi di quegli uomini eleganti, che ora stanno in silenzio, le penne a mezz’aria. Evidentemente aspettano che lui dica qualcosa, che in qualche modo giustifichi quel comportamento, perché ci dev’essere una spiegazione plausibile. Un motivo. L’uomo che siede di fronte a lui indossa un abito Brunello Cucinelli azzurro chiaro, tre bottoni, e una camicia Daniele Alessandrini bianca, botton down, la cravatta di Hermès stretta in un nodo impeccabile, e una leggera increspatura dove s’incontrano le stoffe, punteggiate da minuscoli coniglietti bianchi su uno sfondo arancione. Respira nervosamente, le labbra sottili incollate una all’altra. Tra le mani stringe un foglio scritto fitto.

Già che è in piedi, parla.

“Oggi, mentre stavo cagando, ho letto che la dissenteria sta decimando la popolazione somala. Devo dirvi, in tutta franchezza, che la notizia mi ha lasciato del tutto indifferente. A me, in effetti, della Somalia non è mai sbattuto un cazzo. Mi piace bere la birra ghiacciata, fumare una sigaretta dietro l’altra, leggere Topolino, guardare film tristi, giocare a squash e guidare veloce. E odio i peperoni e i finocchi cotti. Il resto, invece, m’annoia tremendamente. La voce delle persone, poi, mi fa venire sonno. Anche ora, vi confesso, sto lottando con me stesso per non sbadigliarvi in faccia, e cominciano a farmi male i muscoli della bocca. Per questo adesso me ne vado. E poi devo fare un salto all’Ikea a comprare uno stendipanni e un grosso congelatore. Mi servono entrambi, per motivi diversi. Avevo pensato di chiudere con un vaffanculo, ma sarebbe davvero poco elegante. E io credo molto nell’eleganza. Arrivederci.”

Sms

Postati in Uncategorized su agosto 31, 2011 da alexanderhbell

Sms, ore 2 e venti

Pare che il non plus ultra dei tessuti A/I 2011-2012 sia il Seacot, “una mischia di cotone e chitina derivata dal carapace di un granchio giapponese” o il Techmo, “un mohair di 23 micron intrecciato a una bava di microfibra rivestita di lana delle pecore Marryville”

 

Sms, ore 2 e venticinque

Io nel frattempo sto scrivendo di un bimbo in una scuola vuota, e sto seriamente pensando di farlo violentare dal bidello.

 

Sms, ore 2 e ventisette

Gesù Cristo

 

Sms, ore 2 e trentuno

E ho appena scoperto che, da ventinove anni, l’oggetto più vicino al mio pisello è il dardiglione.

 

Sms, ore 2 e trentacinque

Il sogno di Stefano Cerri, “il mago dei tessuti da sera e da cerimonia”, è di “realizzare in modo naturale il mitico nero assoluto vagheggiato da tutti gli stilisti e creare uno smoking decorato con impercettibili fili luminescenti che lo pennellano di luce nei momenti più trendy”

 

Sms, ore 2 e quarantatré

Il mio portinaio mi ha consegnato stamattina un pacco che aspettavo da tre settimane. L’aveva sulla scrivania dal 16 di agosto. Gli ho detto che non c’era problema e che domani morirà schiacciato da una monovolume della Dacia.

 

Sms, ore 3 e cinque

Sono stanco e tra poco arriva l’inverno.

 

Sms, ore 3 e quaranta

Ho ripreso a fumare. Avevo smesso troppe cose in questo periodo.

Un finale alternativo.

Postati in Uncategorized su agosto 30, 2011 da alexanderhbell

(C’è un finale alternativo. Qualcosa che, forse, non andrebbe scritto. O che qualcuno si rifiuterebbe di leggere. E di capire.)

Appoggia la mano e spinge, la porta si apre e lui entra, prima la testa, quindi i piedi, gli occhi socchiusi a cogliere le forme di questa stanza bassa e poco illuminata. Quando s’abitua all’oscurità, si rende conto di trovarsi in una palestra: alle pareti sono appoggiati dei materassi blu e un quadro svedese, una rete da pallavolo sbrindellata divide a metà lo spazio, una scrivania vuota e una sedia sfondata occupano un angolo buio, pochi metri più in là. Per terra, un pallone.

Lo guarda, e cammina oltre, verso un’altra porta, più piccola. Un lucchetto aperto appoggiato alla maniglia. Si ferma sulla soglia. Per un attimo sembra che voglia tornare indietro. Ciao, una voce timida lo saluta. Sorride, ed entra. Avevo paura che non saresti venuto, Mia mamma mi ha dato le chiavi di casa, oggi torno da solo, Tua mamma si fida di te, Sì, ma non sempre, Sono contento di vederti. Si ferma in mezzo alla stanza, tutt’intorno palloni da basket sgonfi, tappetini di plastica sfilacciata, una sedia senza una gamba. La luce plumbea che entra dalla porta sfuma man mano che s’avvicina alla parete più lontana, quella da cui proviene la voce che l’ha salutato. A un certo punto sbatte con i piccoli sandali contro la superficie morbida di un materasso. Nel silenzio, il rumore attutito di un corpo che si muove verso di lui, e una mano che gli sfiora le dita, le stringe con delicatezza, e poi risale, percorre la linea delle braccia, fino al collo, e affonda nei capelli, arruffandoli dolcemente.

Sei stato bravo, stamattina, Mi ha aiutato papà, a fare i compiti, Sì, ma avevi capito bene gli esercizi, Non erano difficili, Molti tuoi compagni non sono riusciti a finirli, I miei compagni sono stupidi, Dovresti essere più gentile con loro, Mi stanno antipatici, E io? Ti sto antipatico anche io? No, lei no, E perché?, Perché lei è gentile.

Le dita grandi dell’uomo fanno fatica a slacciare i bottoncini del grembiule nero, di cotone leggero, le iniziali ricamate su una piccola tasca, appena sopra il cuore, che ora batte forte. Con l’altra mano si slaccia la cintura, tira la fibbia finché il dardiglione non si libera, e i pantaloni cadono, fino alle caviglie. Gli accarezza la testa, le sue mani riescono ad avvolgerla tutta, lo spinge verso di sé, ossa fragili che non oppongono resistenza, fino a schiacciarsi contro di lui.

La sua testa affonda nella pancia dell’uomo, un misto di sudore e profumo nelle narici e sulle labbra, un odore che ormai conosce bene. Il ruvido dei peli attorno all’ombelico gli pizzica le guance, mani grandi tra i suoi capelli, e quel corpo che ora si muove, brevi scosse, e da lassù quegli strani singhiozzi, silenziosi. E, ancora una volta, si chiede se anche gli altri adulti piangono, quando fanno queste cose.

 

(Gli orchi esistono solo nelle favole)

A scuola.

Postati in Uncategorized su agosto 28, 2011 da alexanderhbell

Nella classe siedono immobili una ventina di bambini, sui banchi di legno ci sono quaderni aperti, qualche foglietto pasticciato e penne sparse. La maestra è in piedi accanto alla lavagna, ha i capelli grigi e una lunga gonna color lavanda, e con un gessetto consumato scrive grosse lettere bianche e arrotondate. I bambini sono un po’ intimoriti da quella vecchia signora dall’aspetto severo, non si sente alcun rumore, se non lo stridio del gesso che si muove lento sulla tavola nera appesa alla parete, appena sotto un crocefisso consumato dal tempo, e il ticchettare della pioggia contro le finestre. Dal soffitto pendono due file parallele di lunghi neon, che avvolgono di una luce giallognola le pareti scrostate della grande stanza quadrata. Fuori, una leggera nebbia nasconde i rami spogli dei pochi alberi piantati tra il cemento del cortile interno della scuola.

All’improvviso, il suono della campanella spazza via tutto: la voce della maestra viene sovrastata dal rumore assordante delle sedie che quasi all’unisono strisciano sul pavimento, le zip degli astucci che si chiudono, un paio di penne cadono per terra, le spallacce degli zaini contro le gambe d’alluminio dei banchi, risate, urla e inviti per la partita di calcio del pomeriggio, Ci vediamo ai giardini alle tre, Oggi non posso, mia mamma mi porta dal dottore, Che compiti ci sono da fare per domani?, le giacche recuperate dai ganci di plastica nera appesi uno accanto all’altra alla parete, e via di corsa verso l’uscita, e il corridoio, dove si riversano decine di gambe, cartelle, cappotti, ombrelli, si trasforma in un grande fiume in piena che sfocia gioioso nell’imponente foce del portone d’ingresso, spalancato su una folla di genitori, nonni e baby sitter in attesa già da qualche minuto.

Quando torna il silenzio lui è ancora lì, seduto al suo banco. Si alza dalla sedia, lascia lo zaino aperto, ed esce dalla classe. Il corridoio ora è immobile, le porte delle altre classi sono aperte, ma dentro non c’è più nessuno. Se non avesse i pensieri di un bambino di otto anni, forse si chiederebbe se il vuoto davvero non ha consistenza. Ma per fortuna ha otto anni, e comincia a camminare. In fondo al corridoio si apre un grande atrio, quattro colonne squadrate al centro, e a sinistra l’inizio di una scalinata con lunghi gradini di marmo e un corrimano di ferro battuto. Un passo alla volta sale i primi gradini, i piccoli sandali blu che indossa ai piedi quasi scompaiono nel bianco lattiginoso di quelle enormi piattaforme appoggiate una sopra l’altra, con le dita sfiora la superficie fredda del corrimano. Un tuono, lontano, e il rumore plasticoso dei passi, più vicino.

Anche il primo piano è deserto, le porte di legno delle classi sulla destra e un filare di finestre dirimpetto, una bacheca rettangolare chiusa da una teca di vetro e fogli ingialliti attaccati con le puntine al pannello di sughero. Cammina più velocemente, ora. All’estremità del corridoio una porta dai vetri smerigliati è rimasta socchiusa. Appoggia la mano e spinge, la porta si apre e lui entra, prima la testa, quindi i piedi, gli occhi socchiusi a cogliere le forme di questa stanza bassa e poco illuminata. Quando s’abitua all’oscurità, si rende conto di trovarsi in una palestra: alle pareti sono appoggiati dei materassi blu e un quadro svedese, una rete da pallavolo sbrindellata divide a metà lo spazio, una scrivania vuota e una sedia sfondata occupano un angolo buio, pochi metri più in là. Per terra, un pallone. Lo colpisce una prima volta, contro il muro. Lo colpisce una seconda volta, più forte, poi ancora una terza e una quarta, i rimbalzi scoppiano assordanti come colpi di fucile, la pioggia aumenta d’intensità, i tuoni sempre più vicini e profondi, e lui calcia, e calcia, e calcia. E calcia.

Sono passati più di vent’anni da quel giorno. Quella mattina, ricorda, sua mamma gli aveva dato per la prima volta le chiavi di casa. Non sarebbe venuta a prenderlo a scuola, doveva tornare a casa da solo. Per tutta la giornata aveva pensato a come sarebbe stato percorrere da solo la strada che di solito faceva accanto a sua madre, lo zaino pieno di libri e quaderni sulle spalle. Non avrebbe dovuto parlare con nessuno, fare attenzione ai semafori, ricordarsi di togliere l’allarme. Era elettrizzato, un’emozione che cresceva sempre più forte, man mano che l’ora della campanella s’avvicinava. Sua mamma si fidava lui, e lui non voleva deluderla. Ma quando la campanella era suonata, aveva avuto paura. Qualcosa gli aveva stretto forte la pancia. Qualcosa cui non riusciva a dare un nome. Ma a quell’età i nomi hanno poca importanza.

Un’ora più tardi sarebbe tornato a casa. Sua madre, preoccupata per il ritardo, si sarebbe arrabbiata e gli avrebbe tolto le chiavi. Suo padre, a cena, gli avrebbe tirato un ceffone. A letto avrebbe pianto.

Oggi ha un lavoro, una compagna che lo ama, amici con cui passare le serate, un televisore al plasma, diversi prodotti della Apple, un’auto usata, ma sua, diverse birre nel frigorifero, e una gatta che gli mangia i vestiti. Quella paura, che gli aveva stretto la pancia un giorno di più di vent’anni fa, non è mai più tornata. Ma quando s’addormenta, per sentire ancora un po’ di felicità, non trova pensieri vicini, e all’improvviso si ritrova di nuovo chiuso in quella stanza, a calciare una palla contro un muro scalcinato.

Colore

Postati in Uncategorized su agosto 22, 2011 da alexanderhbell

Ma i pensieri neri ti vengono solo quando fai le Cose Cattive, papà?, No, ogni tanto vengono, e basta, E perché?, Non lo so; forse perché scompaiono i colori.

E perché, papà?

Postati in Uncategorized su agosto 20, 2011 da alexanderhbell

Camminano uno accanto all’altro, una mano piccola dentro a una mano grande, risalgono un viale pieno di negozi, molti hanno le serrande abbassate, un tram quasi vuoto gli passa accanto, si ferma, apre le porte, ma non scende né sale nessuno. Riparte. Le luci violacee della sera colorano solo la base della linea scomposta del cielo, le ombre dei lampioni ancora spenti s’allungano lentamente sui marciapiedi, un semaforo rosso. La piccola mano si stacca.

Papà, ma i Buoni vincono sempre?, No, non sempre, E perché no?, Perché se no sarebbe troppo semplice essere Buono, Non ho capito, Insomma, se ci fosse una squadra di calcio che vince sempre, e tutte le altre che perdono, tu chi tiferesti?, Quella che vince, credo, però.., Però?, Però che noia se vince sempre la stessa squadra, Ecco, vedi, con i Buoni è la stessa cosa: pensa che noia se vincessero sempre Loro, Ma i Buoni come capisci che sono Buoni?, Non è semplice, Perché?, Perché spesso una persona può essere un giorno Buona e un giorno Cattiva, E non ci sono quelli sempre Buoni? No, tutti ogni tanto fanno delle cose Cattive, e in quel momento sono Cattivi, ma questo non vuol dire che lo saranno per sempre.

Il semaforo diventa verde. Attraversano la strada e si siedono sui gradini che seguono paralleli una piccola strada in salita.

Anche tu Papà fai le cose Cattive? Ogni tanto sì, purtroppo, E perché le fai? Perché talvolta ho troppa voglia di vincere, Mmm, Non hai capito, vero?, No, Prima ti ho detto che i Buoni non vincono sempre, questo vuol dire che ogni tanto vincono i Cattivi, e in alcuni casi hai talmente tanta voglia di vincere che finisce che fai cose che non dovresti fare, E come fai a capire se una Cosa è Buona o Cattiva?, Dipende dal colore dei tuoi pensieri: se, mentre la fai, hai pensieri colorati significa che non ti vergogni di quello che stai facendo, e allora si tratta di una Cosa Buona; se invece nella testa hai solo pensieri neri, significa che ti vergogni, e allora stai facendo una Cosa Cattiva.

Chissà come gli è venuta fuori questa cosa dei colori, pensa. Probabilmente suo figlio sta pensando la stessa cosa. Però annuisce in silenzio. Sta pensando, ma sembra abbastanza convinto. All’improvviso si gira verso di Lui.

La Mamma è Cattiva, E perché?, Perché non mi fa andare al parco con i miei amici, La Mamma non è Cattiva, vuole solo che tu faccia i compiti prima di uscire, E l’amico della mamma è più Buono o più Cattivo? No, quello è solo un Coglione.

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